In Italia, al potere c’è un 40enne conservatore e maschilista. È il rap.

Quarant’anni fa come eravate? Un po’ diversi, no? Magari non c’eravate nemmeno.

Bene. Anche il rap era un po’ diverso. E anche se continua astutamente a darsi arie da supergiovane (tipo quelli coi pantaloni aderentissimi) ha 40 anni, e non è più riconducibile al ragazzo che fu. Contestare questa evidenza, per quanto mi riguarda è anche un modo sottile di mancargli di rispetto, di negare la sua capacità di rispecchiare una società che è cambiatina anche lei. Poi, nessuno dovrebbe essere così naif da non sapere che la retorica del rap ribelle e ipergiovane porta montagne di danari alle multinazionali che ora come ora campano di rap (più i rispettivi Ed Sheeran, uno-due a testa per ogni major). Porta danari ai brand che lo hanno affogato nei soldi fino a renderlo mestierante quanto certi comici che grulleggiano su Mediaset. E certamente ne porta a qualche giovane di periferia (americana o italiana o francese) che ha così poco da dire da trovarsi a riempire quel nulla ripetendo in ogni suo pezzo ROLEX LAMBORGHINI TROIE VI SPAKKILKULO FROCI SONO IL RE AHAHA VIVA LA DROGA. Sto dicendo che sono tutti così? Ma non rompete. Sto dicendo che non è evitabile che se ne presentino un sacco, di tipi così, proprio come in politica. Sto dicendo che per sessant’anni, quando arrivava un cantante pop ed era palesemente immondo, si poteva dire “Cospetto, egli è invero immondo” – senza che qualcuno dicesse “Sei vecchio e non capisci” (…che è un modo sottile di distinguersi per chi invece è certo che ci siano cose da capire, ed è quindi implicitamente un po’ più giovane). Sto dicendo che se un trapper piace alle moltitudini come un neomelodico negli anni 00 o qualche ebete da reality show negli anni 10 o qualche ministro irriverente adesso, proprio come in quei casi, magari il personaggio è significativo, ma non necessariamente rilevante.

La grottesca vicenda di Anastasio forse avrà il merito di sollevare l’attenzione su una cancrena che blocca l’hip-hop da anni – e la vecchia guardia lo sa benissimo, e da un po’ aveva iniziato a esprimere il suo disagio ad alta voce o in codice, pur dovendo fare i conti col rischio tangibile di essere spazzata via, perché quasi tutti i big sanno (spesso per esperienza diretta) che appena si alza un po’ l’asticella i tre quarti del loro pubblico fuggono altrove. Incidentalmente poi la vicenda in sé rivela anche un aspetto singolare, tardo-romantico e tragicomico della Sinistra italiana, quello di considerare “i giovani” come un’entità leggiadra e generosa. Salvo poi, quando ce li hanno in casa, etichettarli come Gli sdraiati (cfr. Michele Serra), finendo però per incolpare prima se stessi (autocritica marxiana) e poi la maledetta società (esigenza riformista).

Se avete seguito l’impagabile crescendo, saprete che poche ore dopo l’articolo di Elia Alovisi sui like di Anastasio a Casa Pound hanno iniziato a fioccare i tweet che

1) sospettavano il COMPLOTTO per non farlo vincere, oppure
2) dicevano: “Fascista?? Impossibile! Gli piace FABER” (…come a un famoso Ministro Capo dell’Italia),
3) si dicevano sotto choc alla sola idea che un rapper potesse essere più vicino al governo che all’opposizione. “Oh, ma allora Kanye West che abbraccia Trump?” Ma no, ma figuriamoci, ma lui è un caso particolare, una volta rapper si è sempre CNN del ghetto… E sicuramente è un caso se il decennio in cui l’hip-hop italiano è diventato mainstream coincide con la scalata al potere di politici che basano la loro credibilità su dissing e selfie.

In tutto ciò, si segnala in primo luogo lo strazio di Rollinston, che dovendo andare dove c’è il grano ha sposato appassionatamente la linea rappusa, ma ha anche fatto una copertina contro Salvini – pertanto per evitare il corto circuito doveva far dire a tutti i costi al neoartista Sony la frase che togliesse d’impiccio il giornale. Poi, siccome di amici ne ho sempre meno (quindi tanto vale sfrondare ancora di più) riporto quanto segue. Perché sapete, non è che posso pontificare sulle magagne del rap italiano e fingere che noi giornalisti non ci produciamo in spettacolini come la domanda (chiamiamola così) che segue, nell’intervista all’artista Anastasio.
«Sto detestando questa intrusione e questa specie di linciaggio nei tuoi confronti, al di là di tutto, trovo folle e orribile tutto questo meccanismo di analisi attraverso i like sui social. Mi riferisco ovviamente alla polemica riguardo i tuoi like a Casa Pound, Salvini etc, ho visto che hai già chiarito, vuoi rifarlo anche per i lettori di Rolling?»

Chiedo scusa, è bullistico da parte mia comportarmi in questo modo verso un collega e la responsabilità è prima di tutto mia (autocritica marxiana) e poi della maledetta società (esigenza riformista). Quindi passo al caso di Repubblica, il più malinconico in assoluto, col passaggio dall’endorsement entusiasta all’imbarazzo più palpabile nel giro di poche ore, mentre a Casa Pound prevedibilmente intonavano Brigitte Bardò Bardò, e da una tana di tromboni d’assalto come Il Tempo partiva una raffica di articoli sarcastici.
Beh, se non altro, bisogna ammettere che i tempi dei “Contrordine compagni” sono finiti. Perché la nuova linea è stata quella di andare fino in fondo con l’idea del valore indiscutibile dell’artista Anastasio, già nell’incipit del commento di Gino Castaldo: «Per una volta ha vinto il migliore, e su questo ci sarà poco da discutere».

…Ora. Se non fosse che discutere con Castaldo non ha senso, perché è come discutere con “Doc” Brown quando va e viene sulla sua DeLorean, Nella Mia Umile Opinione qualcosa da discutere ci sarebbe, perché dal punto di vista musicale, mentre Anastasio sul suo meteorite gridava “Nonmerompercà!” sfruttando la scia dei classiconi del rock, Naomi sembrava poter riprodurre un pianeta intero – e non solo in qualità di megavoce – che è vero, è stato troppe volte un fattore di XFactor (…quindi se avete una megavoce nel 2018, peggio per voi). Discuterei soprattutto il fatto che mentre il regolamento di XFactor permette ai rapper di fare gli artisti ribelli appoggiando il loro disagione su brani di Pinfloi e Led Zeppelin e David Bowie, ai cantanti tocca fare i bambolotti pattinando o facendo le scenette coi bigodini nel vicolo. A me Anastasio sembra un rapper per chi non ha avuto il piacere di ascoltare rap di prima e pure seconda categoria (ma questo, lo ammetto, sa di snobismo. Prima o poi doveva arrivare). Comunque il mio WTF più consistente è per Castaldo che titola esultante “Ha vinto la realtà”, per una canzone che a tutti gli effetti è la fantasia di sterminare l’intera razza umana. E con un ritornello che nel 2018 stupisce il borghese con “Mi sono rotto il cazzo” – ah, sentite, non fatemi nemmeno parlare perché mi prudono i denti. Maledizione, sto discutendo con Castaldo, ci sono cascato.

Quello che voglio sottolineare è che il rap (come a suo tempo il rock) si è giovato di una specie di difetto congenito, una forma di illusione perduta, che porta la Sinistra a ricondurre a sé il fuoco sacro e ribelle dell’artista, e in questo trascina con sé la maggior parte di noi perdigiorno che cianciamo di critica musicale, e prolungando l’idea che il rap fosse progressista. Ignorando, tanto per dirne una, che almeno metà dei rapper italiani ha flirtato o si è identificata con il ribellismo della Casaleggio & Associati, insegnando anche molto alla nuova classe politica in termini di linguaggio e attitude. Ma soprattutto, scegliendo di ignorare che nel 90% dei casi, in tutti i generi musicali (e non solo), il cosiddetto artista è semplicemente un opportunista con un certo senso di decenza, quella poca che lo induce a vergognarsi di immergersi nella melma e trovare il successo come Ministro dell’Interno o VicePresidente del Senato (…a differenza di Umberto Bossi che dopo aver provato come cantautore, capì che poteva arrivare al top del pop in altro modo). Questo è un errore che la critica musicale inglese – che stimo quanto il calciatore Leonardo Bonucci – non ha mai fatto, spesso trattando come zimbelli anche i poveri appartenenti a quel 10% che ci credeva veramente. Ma attenzione, non c’è motivo di negare che i furbi opportunisti siano stati il sale del rock e il loro egocentrismo ne sia stato una delle forze propulsive. Credo che la maggior parte di noi, uscendo a cena con Elvis o Jim Morrison, con John Lennon o Lou Reed, li avrebbe trovati insopportabili e sprezzanti – ma la cosa non ha impedito a certe carogne infrequentabili di scrivere pezzi che hanno saputo ispirare in milioni di persone i sentimenti migliori, e di invitare dei fottuti pezzenti a diventare dei Working class hero.

(PAUSA) (CON BREVE GIRO DI PARERI)

«Per come la vedo io, molti rapper di oggi sono quanto di più vicino a una mentalità di destra: materialismo, omofobia e misoginia, goliardiche o meno ma ben presenti sempre, machismo, interesse scarsissimo nei confronti di qualsiasi tematica che non sia egoistica e autoriferita. Non vedo la novità, a me non pare di avere a che fare con l’hip hop dei ’90 che era conscious in America e di sinistra in Italia», dice l’insigne dj e conduttore radiofonico Alberto Albi Scotti. «Che poi fu un’anomalia tutta nostra nata nei centri sociali e quindi politicizzata dove altrove non lo era, e peraltro si parla di una stagione molto breve. Però davvero, la generazione delle 4 discipline mi sembra preistoria, una fissazione di chi è come minimo over 30».

«Dire che “fascismo e comunismo sono concetti superati” in un’epoca in cui il fascismo tout court sta avvelenando le strade, affermarsi “liberi pensatori” per giustificare l’adesione agli ideali peggiori, retrivi e deleteri che la storia recente registra. Questo è il problema», commenta il grandmaster Frankie Hi-Nrg.

«Ma, non è che semplicemente è scemo? Non vi è venuto questo dubbio? No?» ipotizza l’illustre collega Damir Ivic.

Ok, sono d’accordo con tutti (anche perché ci ho ripensato, ho bisogno di raccattare qualche straccio d’amico). Per quanto mi riguarda il libero pensatore Anastasio è libero di pensare quello che vuole, di essere di Destra visto che al momento la Destra è dirompente ed è normale che l’hip-hop lo rifletta, ed è libero di fare un rap mediocre ma commestibile per i nongiovani (…vedi anche alla voce: Ultimo) e prodotto da una multinazionale. Come il 90% del rap e della trap italiana.

Perché di fatto, attorno a rap e trap girano troppi soldi per non attirare anche centinaia di giovani che no, robe da dire non ne hanno, e a dirla tutta votano scheda bianca perché tanto signora mia tra destra e sinistra è tutto un magnamagna – però nel momento in cui gridano con convinzione “Non mi rompete il cazzo” incantano tutti quelli che hanno un’idea molto turistica del rap e li convincono che dietro a tutto questo ci sia quella cosa là, come si chiama, una CULTURA – e quindi caspita, è il caso di rispettare questo disagio che nasce certamente nelle pieghe del rapporto coi genitori e del quale possiamo incolpare questa maledetta società.

(grazie di essere arrivati qui, ho finito)

8 Comments

on “In Italia, al potere c’è un 40enne conservatore e maschilista. È il rap.
8 Comments on “In Italia, al potere c’è un 40enne conservatore e maschilista. È il rap.
  1. Meriti un applauso anche solo per la foto dei Public Enemy. Ti ricordi, vero quando i dischi rap in Italia non si trovavano
    ? Comunque ottimo pezzo.

    • Tu capisci che se rispondessi che me lo ricordo sì, svelerei che ho una certa età e quindi in realtà non ho titolo per parlare di trap perché nostalgico. Quindi, no, non ricordo – davvero era così? 🙂

  2. trovo il pezzo molto interessante. personalmente non amo l’hip hop, il rap, il trap e qualunque cosa finisca con la p.
    trovo i testi (mediamente) scemi e la musica (perlopiù) inesistente, mi sembra (mediamente) più l’evoluzione di mario merola che altro.
    un’amica mi diceva (chissà perché proprio a me) che chi scrive male vuol dire che pensa male. ecco. per me il punto è questo.
    molti de ‘sti ragazzotti pensano male e (come diceva il saggio) sono troppo vecchio per queste stronzate

  3. Il mio compagno è stato conquistato da Anastasio, lui vede anche i daily e quest’anno l’edizione di xfactor è stata secondo me la più brutta di quelle che ho visto. E comunque, per vendicarmi di tutta la stagione che ho dovuto sorbirmi il giovedì, gli ho proposto una playlist di spotify (le faccio sempre e le ascoltiamo) basandomi però su quella uscita su Blow Up di questo mese e fatta da Stefano Isidoro Bianchi, Si chiama 10 canzoni pririginose italiane anni 70 e contiene gelato al cioccolato di Pupo, Gloria di Umberto Tozzi, Roberto Soffici e Umberto Balsamo oltre a un indicibile capolavoro chiamato innamorata (Cugini di Campagna e non scherzo, secondo me le tessiture melodiche di questo brano sono incantevoli ancora oggi). Il mio compagno odia Ramazzotti e anche i melodici napoletani (non sono fighetti come Aanastasio) e non potete immaginare la goduria quando alla quarta canzone ha imprecato di cambiare. Spiacente ma siamo arrivati fino in fondo. E’ lo spettacolo mon ami

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