I had a vision. It’s Eurovision

Montenegrini vestiti da astronauti teletubbies. Moldave la cui gonna si trasforma in un vulcano. Cloni di Celine Dion russe e danesi. Shakire bielorusse. Justin Bieber italobelgi. Coreografie così camp che Luca Tomassini al confronto è sobrio come Pina Bausch. Un americano che guardasse l’Eurofestival, ci verrebbe un coccolone da shock folkloristico. A noi italiani, non ancora – ma ci siamo vicini. Forse soprattutto per la improvvisa consapevolezza che l’Europa, quella cosa che fa schifo a metà di noi, non è solo la Premier League e l’Oktoberfest e i club di Berlino. L’Europa è tanto nord ma soprattutto, è piena di est. E noi dell’Europa non sappiamo niente. Niente.

Quest’anno quello che noi chiamiamo Eurofestival si tiene a Malmoe, Svezia. Che è un po’ una delle sue patrie naturali: fu l’Eurovision Song Contest del 1974 a lanciare gli svedesi ABBA, i quali peraltro cantavano del posto più europeo della Storia: Waterloo, in Belgio. A dire la verità la location era molto più suggestiva l’anno scorso: Baku, in Azerbaijan (…siete autorizzati a domandarvi se è in Europa). Paese festosamente governato da un tiranno. Cose che capitano.

Ma a causa della vittoria della svedese Loreen (sembrava la bimba morta di The Ring che per finire la vittima si mette a cantare), tutto il carrozzone ha fatto rotta lassù.

A differenza di Sanremo, che viene preso terribilmente sul serio ed è materia di infinito dibattito ideologico, l’Eurofestival si guarda per puro divertimento, approccio che è vincente sui social network. Nella comunità istantanea che si forma su twitter, in particolare, non si finisce di sganasciarsi, scambiandosi facezie con sconosciuti e, se proprio non si riesce a resistere, con qualche celebrity a scelta (Simon Le Bon ad esempio: “Romania: un moonwalk con cornamusa! Ecco quel che volevo vedere” “Grecia: hanno rimato maniaco con afrodisiaco, perché io non ci ho mai pensato?”).

Quindi molto probabilmente sarà twitter, avida di eventi da condividere (io punterei due lire sul ritorno di Festivalbar e Giochi Senza Frontiere) a risollevare qui da noi l’eurokermesse. Che è amata in tutto il continente e vista ovunque, incluso il musicalmente snobbissimo Regno Unito: si parla di 100 milioni di spettatori. Ma è stata per anni schifata dall’Italia e dai suoi media per quanto esplicitamente ispirata da Sanremo (è nata nel 1956, 5 anni dopo il Festival della Canzone Italiana). E nonostante, oggettivamente, Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno sia diventata la canzone che ci rappresenta nel mondo grazie all’Eurofestival.

Due sono i motivi per cui il Belpaese ha marcato visita per parecchi anni:

1) per l’antico dogma “la musica non fa ascolti” (una frase molto significativa, se perdonate il rilievo linguistico alla Enrico Ghezzi). Al pubblicone italiano non garba sentire canzoni cantate da sconosciuti in lingue ancora più ostrogote dell’inglese;

2), la Rai pidocchiona non voleva rischiare di assumersi l’onere dell’organizzazione, che tocca alla nazione vincitrice. Quando nel 1998 i Jalisse sono stati seri candidati alla vittoria, i dirigenti erano nervosissimi. Dall’anno successivo, si è deciso di non correre il rischio. Dal 2011, invece, si è deciso di ributtarsi nella mischia, con decisione salutata con euforia dal sito dell’Eurovisione (“Il giorno che i fan aspettavano da anni è arrivato!”). Dapprima mandando due outsider sofisticatoni, scelti forse pensando alle loro chance internazionali: Raphael Gualazzi e Nina Zilli. Poi, tornando al vecchio sistema: si manda chi vince Sanremo. Che alla fine è la scelta più sensata, e anche quella più utile: permette un confronto tra il pop italiano e il pop europeo. Perché i succitati Jalisse, sbertucciati in patria grazie soprattutto al cruento fuoco di sbarramento di quell’autorevole tribuna del gusto che è Striscia la Notizia, all’Eurofestival ci stavano benissimo, col pop melodico e un po’ enfatico di Fiumi di parole – che al netto delle bizzarre persone che erano i Jalisse, era una canzone più ammodo di quelle di Biagio Antonacci, di Emma o (…e mica me li dimentico) dei Modà. Così come avevano fatto la loro porca figura Alice (che si presentò con Battiato, cantando “I treni di Tozeur”), o Umberto Tozzi (portò con Raf “Gente di mare”). E vale la pena di ricordare che è stato con Gigliola Cinquetti e con Toto Cutugno che l’Italia si è aggiudicata la competizione. Del resto, a prescindere dalle vittorie nel Festival, basta viaggiare moderatamente in Europa per constatare quali siano i nomi italiani di riferimento: Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Tiziano Ferro, ma soprattutto Ricchi & Poveri, Albano, e via nazionalpopolareggiando.

Vogliamo davvero parlare del rock italiano? MiticoVasco e MiticoLiga, all’estero fanno buffo. Perché fuori dai patri confini, la ripetizione integralista dei soliti quattro accordi, la paghi – e non c’è testo dolente o sfogo contro i critici che ti salvi: a Varsavia, a Dusseldorf, a Coimbra e a Nicosia non lo capiscono. E dagli torto.

Ora, è noto che l’Eurofestival è una fierona trash: parecchi cantanti dei Paesi bisognosi di attenzione (e affetto) escogitano – come si fa a Sanremo – goffissimi mezzucci per attirare l’attenzione dei televotanti stranieri. Però i paesi grossi in genere prendono la faccenda sul serio. La Bild nel 2008 si è chiesta sconsolata: “Perché l’Europa non ama i cantanti tedeschi?” (mica vero: io i Rammstein li amo non poco). E in Inghilterra dopo l’umiliazione di Andy Abraham, lanciato dall’X Factor britannico, c’è stata un’interrogazione parlamentare sulle camarille dei Paesi dell’Est – dopo tutto, la BBC mette bei soldi nell’Eurovisione. Però da sempre i Paesi nordici si votano tra loro, quelli dell’Est allineati al Patto di Varsavia fanno la stessa cosa, e quasi sempre Italia Grecia e Albania si ritrovano in una faccia e in una razza.

Ma questa fierona un merito ce l’ha: quello di rivalutare il pop europeo, che in Italia è genericamente irriso per il suo sapore anni ’80. Che però evidentemente non è casuale: è stata la fase di maturazione della musica leggera, lo spartiacque tra l’epoca dei miracoli (dai Beatles fino ai Police) e una successiva fase di facilità melodica supportata dalla tecnologia (synth e batterie elettroniche), fase che non a caso ha permesso tante one hit wonder (o come si usa dire da noi, “meteore”). E il pop europeo, per dirla con Simona Ventura, non ti arriva grazie al testo – ma grazie all’impatto della melodia.

(al limite anche un impatto potente come quello dei metallici Lordi, vincitori per la Finlandia sei anni fa)

Ma per fare un esempio concreto: per quanto riguarda il sottoscritto, questa è la canzone perfetta da Eurofestival. E’ del bosniaco Elvir Laković, in arte Laka, e si chiama Pokusaj.

[embedplusvideo height=”337″ width=”550″ standard=”http://www.youtube.com/v/tT3MmFOWcDU?fs=1″ vars=”ytid=tT3MmFOWcDU&width=550&height=337&start=&stop=&rs=w&hd=0&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep3568″ /]

Ora: superato il momento di sgomento iniziale, e le decine di legittimi interrogativi socio-antropologici, la questione è molto semplice. O vi diverte, perché comunque come canzone sta in piedi più di qualsiasi Defilippata, oppure no. Il resto è onanismo mentale. Compreso l’onanismo nobile (ehm, pardon) di indagare sul web per capire cosa dice il testo, notare che la cantante/ballerina/attrice è la sorella minore di Laka, scoprire che Laković che dopo esser stato costretto a combattere nel conflitto in Jugoslavia ha lavorato per 6 anni in diverse organizzazioni internazionali, e apprezzare un suo lato sperimentale (se volete, ascoltate Ja sam mor’o) che in Italia lo farebbe apprezzare dai più pretenziosi. Però, quello è già voler sapere di più, stabilire cosa c’è alle spalle di canzone e performance. Invece che giudicare d’istinto, mi piace/non mi piace. Eccoci al punto: per decenni, la musica italiana all’estero è stata giudicata d’istinto, senza cogliere il messaggio.

Ma in Europa – un po’ come nel calcio – il livello del tuo campionato viene fuori per quello che è davvero. Quindi, se l’Italia è un riferimento fondamentale per un certo tipo di melodia, inutile tirarsela da sofisticati. Insomma, se al mondo abbiamo dato gli spaghetti, non è che possiamo presentarci con dei tacos. Ecco perché alla fine ci sta che Marco Mengoni, l’uomo con l’X Factor, rappresenti il grande centro del nostro pop attuale. Certo non si ritroverà a dire all’assemblea: “Sento che tutto qui dentro, al di fuori della vostra personale cortesia, è contro di me”. E poi, a guardarlo in faccia, con quell’aria da maccarone, ricorda qualcuno. 

3 Comments

on “I had a vision. It’s Eurovision
3 Comments on “I had a vision. It’s Eurovision

Comments are closed.