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AMARGINE

Gli dèi se ne vanno (ovvero: come una Terra Senza Musica ci ha messi sotto)

Siamo proprio sotto choc, no? Ci hanno lasciati.

Loro, quelli col campionato più bello, le wags più belle, la tv pubblica più bella, i giornali più belli, le università più belle con i professori più belli, le mostre più belle, l’economia più bella, le start-up più belle, i festival più belli, i tabloid con le notizie cretine più belle (che i nostri giornali più prestigiosi ingoiano golosamente), la città più bella, la lingua più bella, la famiglia più reale, e se non hanno i comici e scrittori più belli, hanno la musica più bella. L’adorazione che nutriamo per i britanni, da loro adeguatamente coltivata, supera a sinistra quella che i Nandi Moriconi del dopoguerra avevano per gli americani – quella era rozza, infantile e politicamente scorretta, mentre quella per gli isolani è intellettualmente lecita. TheWhowithflagMorningsideParkNYC

Temo che il revanscista in me senta il momento di togliersi un po’ di bustine da te’ dalle scarpe. Sia chiaro: sono cresciuto, come credo la maggior parte di voi, ascoltando musica prodotta in quel piccolo bolso impero. Non solo colà, beninteso – ma tutti diamo un po’ per scontata la supremazia di Albione in materia di musica pop, senza ponderare un pochino su come mai, da “Land ohne Musik”, la Terra senza musica come la chiamavano i tedeschi (e non senza ragione) fino all’inizio del Novecento, di colpo Albione si sia ritrovata in mano una supremazia sonora schiacciante, che per di più ha fatto oggettivamente da testa di ponte per diversi altri settori che oggi trionfano a mani basse ovunque, trovando con estrema facilità attenzione e mercati.

Pare banale dirlo, ma prima dei Beatles questo non c’era. E non mi riferisco solo alla musica classica: negli anni 50 la canzone francese e quella italiana avevano già un’identità e una consistenza, e dei capiscuola. Mentre quelli, davvero stavano sulle palafitte.
Fino ai Beatles. Il miracolo probabilmente irripetibile. L’incontro tra il rock’n’roll americano (soprattutto Chuck Berry e Carl Perkins), una musica da balera cosmopolita (nella gavetta di Amburgo sapevano passare da una rumba a uno shake, da Besame mucho a Kansas City) e una evidente predisposizione a farsi incantare da qualunque tipo di musica, cercando di incorporare nei brani passaggi dei concerti brandeburghesi di Bach (Penny Lane) così come ritmi e melodie “etniche” prima che l’aggettivo diventasse popolare (da Within you without you a Ob-la-di Ob-la-da). I Beatles hanno fatto al rock’n’roll quello che gli americani, Dio li benedica, non avrebbero mai cercato di fare: il melting pot col mondo. beatles union jack

Ma l’accettazione sonora dei Beatles nel resto del mondo è essa stessa frutto di un miracolo, e non di un piano di conquista come usa oggi: da un lato l’America, ben disposta dal fattore linguistico, li adottò nella loro forma più rock – mentre il continente europeo magari non capiva le parole, ma si faceva incantare da brani più complessi, arrangiati dal sapiente George Martin (come per esempio Eleanor Rigby, singolo molto più apprezzato dalle classifiche europee che da quelle americane. Per contro, dopo il botto iniziale di She loves you, è interessante rimarcare che il secondo singolo più venduto in patria dai Beatles fu la simpatica ma non imprescindibile Hello goodbye: sette settimane al n.1).

Parentesi: di autenticamente britannico, nella musica dei Beatles (che, se ci fate caso, ha pochissimi echi folk celtici) non c’è nemmeno molto: c’è più che altro il gusto del music hall che Paul McCartney ereditò da suo padre, quell’idea di canzone piuttosto teatrale e movimentata cui rende apertamente omaggio in Your mother should know, un gusto per il pianoforte staccato, o per clarinetti ammiccanti (When I’m sixtyfour), brani in mibemolle maggiore come si usava per le partiture degli ottoni (Lovely Rita).

Allo stesso modo anche nei Rolling Stones, negli Who e nei Led Zeppelin (e tutto sommato anche negli acidi Pink Floyd, mica per caso battezzati col nome di due bluesmen americani) potremmo ritrovare un modo di suonare che ce li fa riconoscere come inglesi. Ma cantiamocela chiara: alla fine, la ricetta era sempre rock o blues. Elaborati in modo mirabile, chi lo può negare. gabriel britanniaMa inventati altrove (…forse la musica più “brit” di sempre è stata il prog, del quale si vergognano da decenni).
Il che porta a una considerazione: sono bravissimi a rielaborare, ad assorbire. Ma lo schifo che nutrono per tutto quello che non è cantato in lingua inglese ha qualcosa di impressionante. Mentre a noi continentali può capitare di decretare il successo di un brano in francese, in spagnolo o persino in tedesco, vigliacco se nella cosmopolitissima City si abbassano a canticchiare qualcosa che non gli è stato servito nella lingua di Shakespeare, dagli Abba ai Daft Punk.

Queste, per le Official Charts, le canzoni straniere di maggiore successo in Gran Bretagna. Nota bene: ce ne sono ben tre italiane (includiamo anche Saturday night di Whigfield, composta e prodotta da due nostri connazionali).

uk charts

Volendo, un segnale di quanto fossero disinteressati all’Europa si poteva vedere (anche) nel disinteresse per la musica europea. Che non deriva solo da senso di superiorità, è anche strategia. E qui torniamo ai Beatles.
Perché con loro, negli anni Sessanta si sviluppa con rapidità spettacolare l’industria musicale inglese, pronti via: tutti a darci dentro con rivali ed eredi e imitatori dei fab four, mettendo in piedi una (pardon) filiera che secondo un recente articolo di Pitchfork “in 2015 outperformed the rest of the British economy by five percent last year (possibly thanks to Adele’s unprecedented Q4 sales surge)”.

Il fatto è che l’industria musicale britannica ha imparato a (pardon) “fare sistema” molto presto e bene. Dai tempi di Melody Maker, hanno iniziato a magnificare le “next big thing” nazionali sapendo che tutti noi tontoloni avremmo letto i loro giornali. noel_maineroadTuttora un critico inglese viene considerato dalle 815 alle 975 volte più preparato di un critico francese, tedesco o (ora lo dico) italiano, e più autorevole anche quando il suo mondo musicale, credetemi, è molto più limitato del nostro – e a margine, nessuno se lo mangia vivo ogni volta che sbaglia a scrivere nomi e città stranieri. Le rare volte che gli tocca. Perché se vedono che succede qualcosa in un altro Paese, hanno un modo subdolo di circoscriverlo: vedi il kraut-rock, definizione prontamente adottata da critici italiani che non avrebbero mai osato ricondurre Marx a una kraut-filosofia o Goethe a una kraut-letteratura, ma essendo dei raffinati pecoroni tuttora parlano nelle recensioni musicali di “chiare influenze kraute” (…forse ora che mi ci fate pensare avete ragione, i critici italiani meritano di essere percossi molto forte sul naso). david bowie union jack

Sta di fatto che presto l’industria musicale britannica è diventata così forte che le major americane hanno trovato più che naturale piazzare le loro sedi europee a Londra. E quando è successo, quelli hanno rincarato la dose. Chi è nell’ambiente da qualche anno lo sa benissimo, le filiali italiane erano istruite per cercare di promuovere prodotti UK anche totalmente insipidi, contando sul prestigio delle testate musicali di cui sopra, e sulla nostra ansia di non risultare provinciali. Non c’era praticamente mai un doppio senso di marcia: la discografia londinese ha preso in considerazione la musica non angloamericana solo quando si è piegata alle sue condizioni, in primo luogo linguistiche.

E di fatto, non si è limitata a perfezionare se stessa e il livello musicale dei propri artisti. Li ha anche saputi ricoprire di uno status leggendario. Agganciati e incantati, fatti sentire sempre rigorosamente alla provincia dell’Impero, abbiamo favoleggiato (e stiamo tuttora favoleggiando) di gente dall’universo poverissimo, miracolati da una o due canzoni, non realisticamente paragonabili ai migliori dei nostri – i quali però nascevano col difetto di essere italiani. Non faccio nomi perché non voglio rovinare la mistica di nessuno. Ma milioni di persone che pensano di avere una consistente cultura pop (e ce l’hanno) venerano dei tizi che non valgono un gomito di Battisti o Battiato, per dire solo i primi che mi vengono in mente. Ma è andata così. Ormai per questo è tardi, davvero.

Ma allora, adesso cosa potremmo attenderci? Insomma, dai, è davvero la fine di un’era? Non in modo drammatico, ma qualcosa nella musica potrebbe cambiare. L’articolo di Pitchfork che citavo analizza le possibili conseguenze di Brexit, ma guardacaso il sito americano si sofferma soprattutto su cosa accadrà ai fratellini britannici, invece che fare ipotesi di scenario per la strana Europonia, quel posto oscurissimo per gli americani, dove Stoccolma, Venezia e Parigi sono attaccate e nel quale le ex colonie inglesi ritengono più interessante esportare merci che andare fisicamente (solo il 30% di loro ha il passaporto, e comunque indovinate qual è la città che gli americani più audaci visitano più volentieri?) Geri-halliwell-union-jack-dress(…no, dimenticate Gene Kelly e Gary Cooper: secondo i dati di Hotels.com Londra stacca nettamente Parigi e Roma)

Mi sbilancio: le cose potrebbero complicarsi, tra tasse e burocrazia, per i supporti fisici e per le tournée europee degli artisti britannici di medio livello (per non parlare di quelli di nicchia); Glastonbury, una delle vette del turismo musicale del Regno (un comparto nel comparto, che da solo fattura oltre 3 milioni di sterline l’anno) potrebbe cedere lo scettro a uno dei tanti festival europei magari più cafoni ma a questo punto meno complicati da raggiungere. Peraltro il continente sente sempre più il richiamo del pop “globale” ben rappresentato dalle charts di Spotify, con francesi, tedeschi e svedesi a manipolare suoni, latini a struggersi e a viver la vida loca, gli occasionali coreani o neozelandesi a inserirsi nel calderone, e noi a cercare di superare i nostri complessi di inferiorità. jagger union jackQuesta tendenza potrebbe aumentare – magari però i complessi di inferiorità potrebbero diminuire se nei prossimi anni dovesse affermarsi in Europa qualche nome italiano che non si presenti con Puccini nel taschino. In più, un po’ dei fondi UE che Londra portava a casa per iniziative musicali (a quanto pare, il 46% delle richieste venivano accolte), verranno rimessi in circolo.

Però tranquilli, per il vinile non dovrebbe esserci problema: apparentemente la maggior parte viene stampata in Europa. I vinili dei Pink Floyd non mancheranno mai, e potremo continuare a interrogarci su cosa ne sia stato di Vera Lynn.