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AMARGINE

Echoes. Umberto Eco e divismo, canzone di consumo e… beh, Rita Pavone

Preambolino: è sciacallaggio, questo? È lucrare like sui morti, o (detto più gentilmente) aderire alla pratica di saturare ogni lutto infestando la rete? Me lo sono chiesto nel caso di David Bowie e Glenn Frey degli Eagles. Me lo chiedo a maggior ragione oggi, che mi appresto a foscoleggiare per un’altra urna confortata di pianto (…però datemene atto, ho saltato Lemmy, Paul Kantner e Maurice White). Solo che stavolta il personaggio cui è dedicato il pezzo non è una rockstar. 

Ma del resto, questo non è un pezzo. Lo considero, se volete, una specie di servizio pubblico – perché magari vi incuriosisce questa parte forse non molto nota della vasta produzione dell’Econe. Un pezzo lo avrei scritto casomai se fossi riuscito a intervistarlo tre anni fa, quando ho bussato alla sua segretaria, da cui fui graziosamente rimbalzato: volevo degli aggiornamenti su quegli scritti seminali (ha!) da lui pubblicati negli anni 60, e sui quali ha preso forma un bel po’ della critica musicale italiana. Sto parlando delle pagine che potete trovare in Apocalittici e integrati, del 1964 (…che già il titolo si prestava ai dibattiti tipici del mondo della musica – chi era apocalittico e integrato tra Beatles e Rolling Stones? Tra Bob Dylan e Jimi Hendrix? Tra Vasco Rossi e Ligabue? Tra Fedez e Marracash?)

In quel libro Eco affrontò per primo (era spesso uno dei suoi meriti) certe questioni che stavano venendo fuori, o che si sarebbero con tutta probabilità presentate. Il divismo, la tecnologia, l’ironia dell’intellettuale, la contrapposizione tra musica colta e musica, evidentemente, incolta (definita dagli intellettuali dell’epoca “gastronomica”, sull’onda degli scritti dello sprezzantissimo Theodor Adorno). Non ci prese proprio su tutto, questo no; forse proprio a cominciare dal personaggio che decise di elevare ad emblema – notoriamente, Rita Pavone. Ma, pur non essendo un Ecologo osservante, devo riconoscere che in quel 1964 in molte cose ci prese con lungimiranza insospettata. Certamente superiore a quella di molti esperti di musica professionisti.

LA CANZONE DI CONSUMO

In questo saggio, Eco andava a criticare dei critici, cioè i musicologi autori del libro Le canzoni della cattiva coscienza: Giorgio De Maria, Emilio Jona, Sergio Liberovici, Michele Straniero, promotori del movimento Cantacronache di qualche anno prima, cui egli stesso aveva dato una mano. Tuttavia, davanti al loro attacco alla musica “commerciale” difendeva la possibilità che “la canzone di consumo possa attirarmi grazie a una imperiosa agogica del ritmo, che interviene a dosare e a dirigere i miei riflessi. Può costituire un valore indispensabile, che tutte le società sane hanno perseguito e che costituisce il normale canale di sfogo per una serie di tensioni”. Si può quindi “individuare nei meccanismi della cultura di massa dei valori di tipo immediato e vitale da ripensare come positivi in un diverso contesto culturale”.

Inoltre, “l’incanto emotivo del fruitore standard della canzone di fronte a un appello ‘gastronomico’ che giustamente ci offende, può costituire per quel tipo di fruitore l’unica possibilità che gli viene offerta, là dove la ‘cultura colta’ non gli offre alcuna alternativa”.
“Vedere i prodotti della cultura di massa come risposta industrializzata ad esigenze reali, può farci toccare con mano una carenza di valori che vada al di là del fatto musicale specifico”.
“Nella società in cui vivono, questi adolescenti non trovano alcuna altra fonte di modelli. O almeno, nessuna altra fonte di modelli altrettanto energica o imperativa”.

Il dilemma comunque incombe. “Accusate la cultura di massa e vi sarete salvata l’anima, forse, ma non avrete sostituito alcun obiettivo reale agli obiettivi mitici che volete negare ai vostri contemporanei. Lodate la funzione di Ersatz che la cultura di massa riveste, e vi sarete fatti complici della sua continua mistificazione”.
(ho googlato io per voi: Ersatz è tedesco e significa surrogato)
Per cercare di uscirne, prova ad aprire un sottocapitolo intitolato “Un mito generazionale”. E qui si parla di Rita Pavone, vista in quanto modello di comportamento. “Il personaggio Rita Pavone costituisce un nodo in cui si fa chiara l’ambiguità connessa a tutti i fenomeni che ci interessano. Esaltare il personaggio con lo spirito snobistico dell’intellettuale che va ad assistere ai riti pubblici (felice di farsi, per una sera, “massa” egli stesso, e tuttavia di sovrastare la massa grazie al giudizio ironico che ne dà facendone parte), è un’altra soluzione deprecabile”.

“Alle sue prime apparizioni la Rita Pavone reale poteva avere anche 18 anni, come si è poi appurato, ma il suo personaggio oscillava tra i 13 e i 15. L’interesse suscitato ha avuto subito del morboso”.
“Cosa significasse l’urlo di Mina, era chiaro. Mina era donna fatta, l’eccitazione musicale che provocava non poteva andare disgiunta da un successo erotico. Il desiderio sessuale in sé è un fatto normale. Con Rita Pavone si realizzava invece una sorta di richiamo ben più sfumato e impreciso. La Pavone appariva come la prima diva della canzone che non fosse donna; ma non era neppure bambina. Il fascino della Pavone stava nel fatto che in lei quanto sino ad allora era stato argomento riservato per i manuali di pedagogia e gli studi sull’età evolutiva, diventava elemento di spettacolo. I problemi dell’età dello sviluppo, l’essere non più bambina e non ancora adulta, i turbamenti di una tempesta glandolare, diventavano in lei dichiarazione pubblica, gesto, teatro, e si facevano stato di grazia. Questa ragazza che camminava verso il pubblico con l’aria di domandare un gelato, e le uscivano di bocca parole di passione. In Rita Pavone per la prima volta, di fronte a un’intera comunità nazionale, la pubertà si faceva balletto e acquistava pieni diritti nell’enciclopedia dell’erotismo”. 

(…erotismo?) (Rita Pavone?) (mah) (dura da credere, per noi nati dopo) (ma siamo nati dopo, che vogliamo saperne)

“In quanto mito essa realmente incarna i problemi dei suoi fans; le ansie per l’amore non corrisposto, il dispetto per l’amore avversato, la scelta tra un ballo ginnastico, con funzioni di società, e il ballo del mattone, con funzioni erotiche – ma nello stesso tempo il rifiuto di un erotismo indifferenziato, l’opzione erotica riservata a uno solo, e quindi una inequivocabile dichiarazione di moralità. Il Mito Pavone fa un modo che i problemi dell’adolescenza si mantengano in una forma generica.

L’adolescenza, attraverso la mistificazione attuata dal mito, rimane una classificazione biologica, non confrontata alle condizioni storiche del mondo in cui vive. Il brano Datemi un martello è un pretesto per la danza, canzone che si pone come espressione di un baldanzoso anarchismo giovanile, dichiarazione programmata contro qualcosa, in cui ciò che conta non è il qualcosa, ma l’energia dispiegata nella protesta. L’autore dell’originale è Pete Seeger, il martello di cui parla è il martello del giudice, le sue canzoni gli hanno valso una condanna da parte della Commissione per le Attitivà Antiamericane. Rita Pavone invece chiede un martello per 1) darlo in testa a quella smorfiosa 2) picchiare quanti ballano stretti stretti a luci basse 3) rompere il telefono con cui la mamma la chiamerà per richiamarla a casa. Ecco come un messaggio viene assunto usandone la configurazione superficiale e caricandola di un messaggio appiattito, come per obbedire a un’inconscia esigenza di tranquillizzazione”.

L’ELITE SENZA POTERE

(qui c’è un passaggio interessante sul divismo. Di nuovo: queste cose furono scritte nel 1964)

“Un divo evidentemente ha successo perché incarna un modello che riassume in sé desideri più o meno diffusi presso il proprio pubblico. Il gesto di Mina diventa esemplare perché di fatto, nella società in cui Mina “ragazza-madre” diventa “modello”, sono già sotto processo, nella coscienza popolare, alcune istituzioni.  Ma in definitiva il divo incarna alcune tendenze piuttosto che altre, e scegliendone alcune le porta alla luce della legalità. Il divo da un lato indovina certe esigenze non chiarite dall’alto, e impersonandole le amplifica, le promuove”.

LA MUSICA E LA MACCHINA

In questo saggio invece, oltre a molte cose che farebbero felici i geek della musica (tipo le voci sui nuovi suoni inesistenti in natura permessi dalle apparecchiature elettroniche e le nuove figure di musicista in arrivo, “non ignare di matematica e fisica”), si sofferma a riflettere su mp3, radio di flusso e YouTube – tutte cose che nel 1964, come sapete, erano all’apogeo.
No, d’accordo, dovevano ancora inventarle eccetera (lo specifico perché da più parti si comincia a far notare che i 14enni di oggi non hanno una cronologia del passato musicale, anche perché della musica gli frega meno che ai 14enni di ieri. Quindi se ci sono 14enni all’ascolto io lo specifico) (l’ho detto, che sto facendo servizio pubblico). Però valutate se alcuni passaggi non sono applicabili a quanto stiamo vedendo nel secolo attuale.

“Nel campo della musica leggera, senza porsi il problema della validità estetica di questo genere di prodotto, il disco, la radio, la filodiffusione e il juke-box provvedono all’uomo di oggi una sorta di continuum musicale nel quale muoversi in ogni momento della giornata. La sveglia, i pasti, il lavoro, le compere ai grandi magazzini, il divertimento, il viaggio in macchina, l’amore, si svolgono in un acquario musicale in cui la musica non è più consumata come musica ma come rumore. Diventato talmente indispensabile all’uomo contemporaneo, che solo tra alcune generazioni sarà possibile rendersi conto dell’effetto di tale pratica sulla struttura nervosa dell’umanità”.

“Essendo sottoposta alle leggi economiche tipiche di un prodotto industriale (diversamente da quanto accadeva alla produzione tradizionale), la musica riprodotta dev’essere consumata rapidamente e invecchiare presto, in modo che si crei il bisogno di un nuovo prodotto. Di qui, come per l’automobile o le gonne femminili, la pressione esercitata dal mercato perché gli stili tramontino rapidamente e i dischi passino di moda. Oggi il twist è gi invecchiato rispetto al madison e questo rispetto al surf. Da un lato questo sottopone la sensibilità a una sorta di eccitazione nevrotica, dall’altro le impedisce di adagiarsi in formule fisse tipiche delle civiltà musicali popolari, che costituiva un fattore di conservatorismo. Peraltro i gruppi umani cessano di avere radici musicali e in futuro non potranno più riconoscersi nei propri repertori tradizionali, capaci di riassumere tutta una storia e un ethos”.

“Lo stile della musica di consumo è determinato dalle sue condizioni. La diffusione dei juke-boxes nei bar e altri luoghi in cui vengono usati ad alto volume, ha provocato il sorgere di una musica da eseguire ad alto volume: la canzone urlata non si è affermata con l’avvento del disco o della radio, ma nel circuito dei juke-boxes”.

“Con la vittoria di Bobby Solo al Festival di Sanremo 1964, il pubblico ha premiato un cantante che dichiaratamente non si è esibito dal vivo. Evidentemente in quest’ambito, l’unico Bobby Solo ‘reale’ è quello registrato: le folle tributano un omaggio di simpatia e amore a un personaggio fisico e una performance che prescinde da quella musicale”.
“Nuovi tipi di musica per amatore sono suggeriti dal possesso di strumenti di registrazione. Il giorno che tali strumenti saranno messi a disposizione delle masse, come accade col disco, si potrebbero verificare fenomeni di dilettantismo dall’esito imprevedibile, e in due direzioni: da un lato l’esercizio sperimentale su nuove possibilità sonore, dall’altro il rivivere di repertori popolari riesumati grazie al registratore”.