aMargine presenta: Riccardo Bertoncelli – discorso di fine anno 2017

Magister, iniziamo dalla cosa più attuale – il live di Vasco è stato un evento numericamente enorme anche a livello mondiale, e l’album è il disco più venduto a Natale. L’altra sera l’hanno pure replicato e in prima serata su RaiUno, non so se mi spiego, la rete di Don Matteo.

…Ah.

Insomma dai, il rock su RaiUno. Dimmi qualcosa.
Per me Vasco è il rock che piace a quelli che non conoscono il rock.

Prenderò a prestito la coraggiosa affermazione del relativamente compianto Biscardi: la tua è un’affermazione grave di cui ti assumi ogni responsabilità.
Tanto è un mito indistruttibile, anche parlandone malissimo i fan non ti insultano nemmeno più.

So per esperienza che non è vero. Ma poi, proprio tu parli? Vuoi finire in un’altra canzone?
È molto semplice: Vasco è una questione di fede. Io sono cartesiano e illuminista, c’è gente che invece ha bisogno di avere una fede e quando trova chi le dà speranze l’abbraccia incondizionatamente.

Capisco cosa vuoi dire ma nel contempo non posso non dirmi Vaschiano, se non altro per motivi di anagrafe. Però lo vivo in modo laico.
Meglio se riportiamo il tutto alla mia affermazione precedente: che versione dà Vasco del rock? Dico semplicemente che se ne hai ascoltato tanto, nel bene e nel male, non puoi fermarti a quel tipo di rappresentazione, con la trance chitarristica, i jeans, il dito medio, il gioco della rockstar e del suo popolo – io credo che il rock sia una musica che ci ha affascinato perché era mercurio, una cosa che cambiava e si trasformava, si evolveva. E faceva evolvere, anzi lo pretendeva dal pubblico.

Siccome sono tendenzialmente rettile, faccio notare che tu hai una buona intesa con Ligabue.
È vero, ma vedo una grande differenza tra i due. Capisco che Ligabue sia prigioniero del personaggio e degli accordi con cui ha costruito la sua fama, so che potrebbe e vorrebbe fare di più ma tutte le volte che ha tentato di scappare da quella gabbia lo hanno stoppato. So per certo che ha cultura e curiosità musicale che in Vasco magari c’erano all’inizio, ma mi paiono esaurite dopo il successo di massa.

Va bene, passiamo ad altro. Visto che è passato un anno e siamo meno coinvolti emotivamente – stabiliamo che il 2016 è l’anno che il rock è morto?
Beh, qualche morto c’è stato pure quest’anno.

Ok, però dai, Bowie, Prince, George Martin…
Ma quest’anno Chuck Berry, Tom Petty, Gregg Allman…

…Chris Cornell, Chester Bennington
Fats Domino, e pure Johnny Halliday!

Sì, però l’anno scorso era uno stillicidio, e per di più pareva programmato tipo quei film con Vincent Price in cui le morti avvenivano secondo un canovaccio, i Dieci Comandamenti o le tragedie di Shakespeare… da Bowie che fa a tempo a compiere gli anni e pubblicare il disco d’addio, fino a George Michael che muore il giorno di Natale.
Va bene, allora diciamo che il rock è morto da un pezzo. L’epopea è finita. Oggi c’è una Babilonia in cui hai di tutto, che da un lato forse è un guadagno, ma per altri versi toglie quell’illusione grandiosa di romanzo collettivo, di sogno avventuroso che era quello che chiamavamo rock.

Nel senso che sappiamo che escono ancora cose notevoli, ma…
Ma non sono riconducibili a niente. Non che io abbia mai avuto pretese di sistematicità, ho rinunciato da anni ad avere un’idea generale della musica, mi sono illuso fino agli anni 90 – Robert Fripp ha indicato nel 1997 la fine di un’era, ora non ricordo esattamente quali argomenti portasse ma vent’anni dopo, la fine di quel decennio mi sembra un buon spartiacque: è da allora che ho abbandonato l’idea che quello della musica fosse un mondo che per quanto vasto si poteva osservare nel suo insieme, e che rispondeva a certe dinamiche. Perché una cosa che tutti vagheggiavamo anche ingenuamente era l’idea di un affresco generale, di una foto memorabile di tutti coloro che contribuivano alla costruzione della cattedrale. Ora si sono aperte le frontiere e tutto è diventato così ampio e disperso e discontinuo che non lo puoi contemplare, non restituisce una sensazione di insieme. Quanti dischi escono ogni giorno? Non credo sia calcolabile.

È tipo la Biblioteca di Babele di Borges, sicuramente là fuori c’è il disco che può illuminarci la vita ma le probabilità che riusciamo a incontrarlo sono irrisorie. O forse parlo per me – qualcosa ti ha illuminato la vita di recente?
Onestamente ascolto meno musica di un tempo, e devo ammettere che il fatto di dover ascoltare cose vecchie per lavoro mi offre gaudio e consolazione. Ma non posso dire che la musica sia in un brutto momento, perché paradossalmente in questa fase è un universo che si espande come mai era capitato prima. Quando ero ragazzo c’era gente che alla musica era indifferente. Sapevano che esistevano i Beatles, e naturalmente i Domenico Modugno, le Rita Pavone. Ma il pubblico che ascoltava tanta musica, ore al giorno, era molto inferiore. Oggi una fetta molto più ampia della popolazione mondiale è attaccata a cuffiette, connessa a piattaforme, agganciata a playlist.

Il che spiega anche la sensazione che la musica mainstream sia diventata ancora più facile, commestibile. Vince la musica che insegue un gustone globale, i sapori che funzionano dalla Colombia alla Corea.
E questo ribadisce che i rimpianti, le nostalgie riguardano solo una minoranza, noi che quando moriranno gli ultimi dinosauri sappiamo che nessun altro prenderà il loro posto.

Fermo restando che non esisterà più quel ruolo. Non ci sarà un Walhalla da riempire.
Ci saranno fuochi fatui, ma la mitologia è finita.

Il bisogno di miti però forse persiste e porta all’acclamazione generalizzata di nomi imprevisti. Il mio esempio preferito sono i Foo Fighters.
Ah, sfondi una porta aperta.

Per me è come sentir incensare un giocatore che era un ottimo giocatore di B ma non adatto alla nazionale, un Massimino Palanca – che può diventare figura di culto, mi va bene – ma non un faro per le genti.
Sì, in certi casi ho la sensazione che basti resistere il più possibile, prima o poi qualcuno ti proclama eroe. Questa è un’epoca che ti massacra sul quotidiano ma chi riesce a ricavare credibilità dal passato è a posto. Jerry Lewis una volta disse “Non preoccupatevi mai del futuro, state attenti a crearvi un grande passato”.

A proposito di passato. Il rock sarà vecchio, ma il rap ha 40 anni.
Sì, certo. Intanto è una prova della sua forza. È interessante che passi ancora come musica nuova, emergente. Mio figlio mi ammorba col rap da quando aveva 12 anni, oggi fa discorsi da old school, sprezzanti nei confronti della trap e dei 12enni di oggi. Personalmente quella sua nudità musicale che può essere vista come un pregio me la rende personalmente respingente. Io alla musica chiedo altro, suggestioni e aperture che non mi pare interessino al suo pubblico.

Però quando il rock è partito le tre note erano sempre quelle. Poi, effettivamente si è espanso. Credo che il rap neonato e il rap 40enne si somiglino di più che non il rock di Elvis e Little Richard e quello di Prodigy o Nine Inch Nails.
Perché quello che conta è il testo, che affonda le radici in tante cose.

Per me va bene, ma io ho bisogno di suoni. Sono quelli che mi hanno portato alla musica. Storicamente, ha funzionato così per secoli, no?
Sì, ma la mutazione non riguarda la tua generazione, è subentrata nelle ultime. Prima c’era una corsa a superarsi, a rilanciare. I gruppi si ascoltavano tra loro e dicevano: voi avete il sitar, noi ci mettiamo il mellotron – allora noi ci mettiamo il moog!, ah, se è così noi ci mettiamo un sassofonista jazz. Per non parlare dell’elettronica.

Oggi l’elettronica è il mezzo per la standardizzazione, stesse ritmiche per le basi, stesso ricorso all’autotune – e lo si sente usare da anni! Mentre il sitar e il mellotron dopo un paio di anni erano diventati un imbarazzo.
L’evoluzione dei suoni simboleggiava un qualche cammino. Io compravo i dischi di personaggi misteriosi che lavoravano su macchine che occupavano stanze intere, e quando si vedevano in foto facevano un effetto fantasmagorico. I primi tecnici del suono avevano il camice, manovravano marchingegni inconcepibili, e ottenevano risultati incredibili. Poi è arrivata la musica elettrodomestica, sono arrivati Wendy Carlos o i Kraftwerk che per me erano la negazione dello spirito creativo.

Davvero? Oggi i Kraftwerk sono divinità.
Loro hanno capito per primi che l’elettronica delle visioni, quella dei Tangerine Dream, di Terry Riley, poteva essere addomesticata, diventare decorativa. E negli anni 80 l’elettronica è stata usata quasi sempre così. Oggi l’elettronica domina, tutto è più sofisticato, eppure al mio orecchio dà la sensazione di inversa proporzionalità tra capacità di ricercare e accesso agli strumenti. Più è facile arrivare alla soluzione, più tu ti impigrisci, riduci le esplorazioni, diminuendo anche la possibilità di imbatterti in territori nuovi.

Gli sbattimenti alla George Martin, quei produttori che si ingegnavano per la voglia di dare un suono diverso… Ora c’è la corsa al suono che funziona. Non è la stessa cosa.
Ora è tutto nella scatola, e magari non vai nemmeno a provare tutto quello che contiene. Credo che usino il tempo più per limare via le componenti rischiose che non per scoprire dove portavano. Mai come ora il successo è ragione d’essere di una cosa. Coso ha venduto? Ha ragione lui. Mentre una volta chi vendeva troppo era visto con sospetto. Onestamente era anche un nostro tic all’incontrario, chi diventava commerciale per la mia generazione aveva la peste, diventava infrequentabile, meglio fare un prodotto difficile per pochi eletti. Questo, lo riconosco, aveva conseguenze drammatiche. Certi artisti li ho rivalutati dopo, con calma, quando sono uscito da questa forma di purismo.

Tu collabori con una grande casa editrice, ti occupi dei loro libri a carattere musicale. Cosa hai notato del modo di scrivere di musica, come è cambiato?
Quasi tutti scrivono dei fatti loro e questa cosa mi sembra una scusa per mettersi davanti alla musica, però è anche vero che rispetto a quando ho iniziato io c’è più capacità di intrecciare il proprio sguardo con l’oggetto raccontato. Una volta ti paludavi da critico, non potevi iniziare una recensione dicendo “Sono qui al pub con le palle girate, e vi devo parlare di X”. Oggi è una formula anche abusata, specie dopo la scoperta di Lester Bangs, morto nell’83 senza che nessuno qui sapesse chi era…

Essendo passato e trapassato, ha acquistato valore pure lui.
Ma nelle sue pretese paraletterarie questo stile può essere più interessante di certe descrizioni pesantissime che erano la regola negli anni 70, recensioni oggi illeggibili che ricordano l’epoca in cui i giornali raccontavano la partita di calcio nei dettagli, cosa accadeva al 12mo minuto, chi sbagliava un gol al 23mo e chi si infortunava al 67mo. Era una cronaca per chi, mancando gli strumenti per assistere all’evento, chiedeva quel tipo di dettagli; ora quegli strumenti ci sono, è naturale che si preferisca il commento. Purché comprenda uno sguardo, restituisca un perché del disco o di chi lo ha inciso.

Io trovo interessante che nel giornalismo musicale si parli sempre così tanto di industria e di tecnologia. Non so quanto negli anni 70 si parlasse di chi produceva gli strumenti di fruizione – che cosa sta facendo Apple, come risponderà Spotify, quanti soldi vale Shazam, chi compra chi. Mi pare che al massimo ci fosse la nicchia dell’Alta Fedeltà, ma era un circolo ristretto, no?
Pensa che io vengo da quel mondo là, negli anni 70 mi pagavano 30mila lire per passare due ore in una saletta con impianti nuovissimi e mi chiedevano di paragonarli. Il mondo hi-fi a me pareva fantastico, finché proprio frequentandolo mi sono accorto della sua fallacia, era un perfezionismo di ascolto che non portava da nessuna parte. Oggi la maggior parte dei ragazzi ascolta musica senza alcuna esigenza di alta o media fedeltà.

L’alta fedeltà premiava i Pink Floyd, quindi la bassa fedeltà…
Premia una musica con minori pretese. Anche qui, nel bene e nel male. Forse il futuro della musica somiglia a quello dei vestiti. Come la moda, la musica viene frequentata con una tale velocità e frenesia che per l’originalità e la durata nel tempo non c’è più interesse. Ma anche qui, il problema è solo nostro, di noi che siamo nati prima. Secondo me un 18enne di oggi non si pone affatto le questioni di cui stiamo parlando, va per la sua strada, si accontenta della parte di musica mondiale che gli giunge, che in ogni caso è infinitesima. Noi volevamo ascoltare tutto, eravamo interessati in qualche modo anche a quello che non ci piaceva, sapevamo che esisteva. Un ragazzo oggi può scegliere il mainstream e ignorare il resto, oppure prendere una propria stradina che per accostamenti casuali lo porterà a innamorarsi di un sottogenere che comunque non pretenderà mai di conoscere a fondo, anche perché non è possibile. Oggi il mondo è plurale, le musiche sono tante, fa musica chiunque. E chiunque può scrivere di musica, con la libertà di inventarsi qualsiasi traiettoria, qualsiasi storia o mitologia, che sarà vera comunque.

Grazie mille, Magister. Anche a nome di chi potrà leggerti qui, visto che tu non hai nessuna intenzione di donare il tuo Verbo su un blog o sui social.
Non ne ho nessuna intenzione, sono il Dinamite Bla della critica: se vi avvicinate al mio eremo coi vostri bitcoin, sparo…

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