Mese: Gennaio 2018

Nitro Ebbasta – Classifica Generation, cap. XII

Nitro Ebbasta – Classifica Generation, cap. XII

Hanno la stessa età, ma a causa dell’uno, l’altro si ritrova di colpo ad essere vintage.

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

Le bizzarre fortune della parola Rockstar – Il caffé sull’amaca

Guai a usare parole più precise o contemporanee, come popstar o rapper (per non parlare di trapper, che fa Davy Crockett).

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Sheeran power – Classifica Generation, cap. XI

Se davvero i Grammysti americani faranno trionfare l’homeboy Jay-Z invece che il britanno Ed Sheeran, facciano pure – in fondo, per noi lontanissima plebe è anche divertente veder bisticciare le due teste dell’Impero per qualche headline sui mille siti infiniti. Ma il ritorno di fiamma del roscio dello Yorkshire in tutto il mondo era programmatissimo – e studiato per un periodo che includesse la bizzarramente prestigiosa corsa al n.1 di Natale nel Regno Unito e le settimane che precedono i Grammy Awards. Periodo in cui forse la concorrenza non era fortissima tra i singoli – però anche tra gli album, ovunque (a parte la Francia che vede al n.1 Johnny Halliday da quando ci ha lasciati e gli Usa che gli hanno opposto Taylor Swift, Eminem e il successo Lalalandico della colonna sonora di The greatest showman) dall’Italia alla Germania al Messico, Sheeran è tornato al n.1 grazie al piano di conquista implacabile studiato per Perfect:
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9 novembre, uscita del video – oltre mezzo miliardo di visualizzazioni su YouTube (en passant, nel video Sheeran arriva a Mayrhofen in Tirolo su un treno chiaramente ÖBB, poi per andare a Hintertux noleggia una delle – immagino – migliaia di auto con guida a destra che il paesotto mette a disposizione per quei Brexit che hanno orrendo schifo all’idea di un viaggio di 25 minuti in pullman con noi continentali) (…scusate, è che sul Tirolo sono preparatissimo);
1 dicembre, uscita di Perfect duet, la versione con Beyoncia, 127 milioni di ascolti su Spotify;
15 dicembre, uscita di Perfect symphony, la versione con Andrea Bocelli, 14 milioni di ascolti. Che pochi, eh? 14 milioni.
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Tutto qui? Oh, no. Siccome Ed Gattyno dietro tutte le sue facciotte paciarotte è competitivo come Trapattoni e vuole superare le vendite degli album di una sua famosa compatriota sovrappeso, questo è stato il suo dicembre promozionale da carrarmato – tenete conto che parliamo di un album uscito a marzo:
1 dicembre a Los Angeles da Ellen Degeneres; in serata, galà di KIIS FM a Los Angeles con Taylor Swift;
2 dicembre galà di 99.7 a San José, ancora con Taylor Swift;
3 dicembre a Madrid, ospite di Los Cuarenta;
7 dicembre a Londra nominato MBE dal principe Carlo a Buckingham Palace – la stessa onorificenza che fu data ai Beatles e poi agli altri signorotti;
8 dicembre di nuovo in Usa al Today Show della NBC, poi in serata al galà natalizio di Z100 a New York;
10 dicembre a Londra per il live natalizio di Capital FM;
12 dicembre ospite della BBC (un network inglese);
14 dicembre in Italia a Radio 105 e X Factor;
15 dicembre in Irlanda in tv al Late Late Show;
16 dicembre a Parigi ospite d’onore di Miss France;
17 dicembre ospite di The Voice of Germany;
19 dicembre di nuovo in Spagna a El Hormiguero su Antena 3;
20 dicembre premiato in Croazia per le vendite dell’album (chissà quante, direte) (ma lui ci va). E in tutte queste e altre occasioni che mi sono sfuggite annunciava qualcosa di nuovo o svelava una nuova joint-venture, lui ed Eminem, lui e Anne-Marie, lui e Beyoncia, lui e Bocelli, lui e i Simpson, lui e Taylor Swift, lui e Rita Ora, lui con chiunque, vero gattyno del mondo.
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Il 20 dicembre è uscito anche il video del New York Times su come quella porcheriola di Shape of you, canzone che è un po’ Cheap Thrills di Sia un po’ No scrubs delle TLC un po’ Mountain o’ things di Tracy Chapman (grande insospettabile anticipatrice del pop moderno, un giorno pontificherò su questo) (ma NON OGGI) sarebbe in realtà tutta un’alchimia di menti musicali che noi non immagineremmo mai (so che mi legge gente che sa suonare) (non penso sia il caso di infierire)
(…e invece sì – giusto per dire che i due sicofanti che lo affiancano nella parte delle menti musicali sono John McDaid, autore anche per P!nk e Robbie Williams, che è anche uno dei nove coautori di Galway girl dello stesso Sheeran) (e che si mettano in nove per fare un’irlandesata così ricalcata su mille anni di irlandesate già di per sé tutte imparentate tra loro mi fa impazzire, è come se in venti si mettessero a scrivere un blues e poi partorissero Mannish boy però con UNA nota in minore, perché la nota in minore ci vuole sempre, perché l’uomo moderno non lo freghi dicendogli che la vita è Jovanotta, lui vuole sentirsi dire che la vita è un po’ Jovanotta un po’ Antonaccia, e allora ti chiamerà poeta) (e un attimo dopo chiederà ONESTA’!!!1!!!11!!).
(l’altro, Steve Mac ha invece scritto metà del Very Normal Pop che sta sterminando la diversità sonora dell’unico pianeta del sistema solare su cui c’era musica. Lo troviamo in Symphony e Rockabye dei Clean Bandit, in What about us di P!nk, in Leave a light on di Tom Walker, So good di Louisa Johnson, OK di Robin Schulz & James Blunt, Your song di Rita Ora, e poi Little Mix, Demi Lovato, Jason DeRulo, Leona Lewis, Il Divo, One Direction, Shakira, Kelly Clarkson. Mi meraviglio che non sia svedese)
(e poi il testo, amici) (perché la musica è già didascalica, forse nemmeno Fabiofazio la presenterebbe dicendo “Quella che sentirete è una ballatona romantica”) (no, ok, lo farebbe) (ma il testo è iperglicemia a spron battuto)
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“Ho trovato una donna, più forte di chiunque conosca, condivide i miei sogni, spero un giorno di condividere con lei la casa. Ho trovato un amore che accoglierà più che i miei segreti: porterà amore, porterà i nostri bambini. Siamo ancora ragazzini ma siamo così innamorati, e lottiamo contro tutto – io so che tutto andrà bene stavolta. Cara, tieni la mia mano, sii la mia ragazza, sarò il tuo uomo (…) Ora io so che ho incontrato un angelo in persona, e lei sembra perfetta, io non sono degno di questo, tu sei perfetta stasera”.
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Voi capite che non posso far altro che lasciarvi con quello che avevo già scritto 45 settimane fa quando Divide è andato al n.1 in Italia per la prima volta. E ampliando il concetto qui sotto già anticipato, ovvero che comunque, Ed Sheeran è la vendetta della melodia sulla parola e lo hype. Perché con buona pace della sindrome di Stoccolma che spinge molti miei colleghi a prostrarsi davanti alle fortune dei luccicanti piagnucolini della trap, la realtà è che i gattyni del mondo, da Sheeran e Adele a Ermal Meta – o chiunque sia il prossimo vincitore di Sanremo – sono lì e vendono tanto perché proprio come i Despaciti fanno quella brutta vecchia cosa cioè zio da sfigati che è far cantare la gente, mentre Gaga e Perry e Beioncia non ci riescono più, le nuove sgallettate nemmeno, e solo i rappusi più furbi ci sono arrivati. Altri si credono furbi, ma è meglio che tirino su tutto il product placement che possono, finché dura.
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(da The Artist Formerly Known As Theclassifica, 21 marzo 2017)
Ed Sheeran è un punto di arrivo, è tante cose che dovevano succedere. È la rivincita del nerd, che bilancia la famoseria aggressiva di Rihanna, Beyoncé, Gaga, Katy Perry, Miley, Kanye West. È la controffensiva della musica bianca – di più: bianchiccia, niente a che vedere con Justin Timberlake. È il cantautore globalone dell’epoca di Spotify che mette d’accordo i gusti degli italiani (seconda settimana consecutiva in testa) con quelli dei vietnamiti (anche se come potete immaginare, per il n.1 in classifica se la deve giocare con Son Tung M-TP), dei cileni (con ovvio braccio di ferro con Mon Laferte & Juanes) e dei marocchini (dopo un appassionante testa a testa con Ibtissam Tiskat, che tutti ricorderete nel talent-show Arab Idol).
 
Ed Sheeran sul trono del mondo è un buon segno, un cattivo segno? Non è un segno?
Proviamo a vederla così. Voi saprete che c’è gente alla quale il calcio, semplicemente, non arriva. Mentre ce n’è altra che non si dà troppa pena per la moda, e i pantaloni con lo sbregone sul ginocchio li aveva buttati via negli anni 90 insieme al tre bottoni. O per le auto: basta che porti dal punto A al punto B. Io personalmente temo di appartenere a quelli per i quali un ristorante a qualche stella o un McDonald’s non fa molta differenza. Non è un vanto. Mi è capitato più volte per lavoro di avere nel piatto cose preparate da cuochi (si può dire cuochi?) anche molto famosi. E mentre mangiavo, pensavo “Okay, mica male”. Ma se nel piatto ci fosse stata una piadona con la bresa, per me non sarebbe cambiato molto. Non adontatevi: mi hanno tirato su così.
Bene. Il punto è che secondo me c’è gente come noi che se la mena tantissimo per la musica, per gli arrangiamenti, gli impiattamenti, i campionamenti, l’agrodolce, il featuring, l’abbinamento. Ma per tanta altra gente, Chainsmokers e Maroon 5, Pharrell Williams e Drake, Adele e Taylor Swift sono più o meno la stessa cosa. L’importante è che non capiti qualcosa di troppo difficile e speziato, roba pesante che rimane sullo stomaco.
 
Quindi, come fa una cosa a piacere a tutti? Dev’essere il più neutra possibile. Così, ognuno mangia il suo piatto nazionale – nel nostro caso, MiticoVasco, n.2 della settimana – ma Ed Sheeran ha trovato il modo di piacere all’utente-massa, di volgere lo scenario musicale a suo vantaggio, creando un prodotto sonoro commestibile in tutto il pianeta. Nella Mia Umile Opinione l’intuizione interessante in Sheeran è la controtendenza rispetto ai tanti bianchi che cercano di suonare nero. In America, il 2016 è stato l’anno di Drake. Cosa puoi fare, se sei un inglese roscio? Essere l’opposto di Drake. Così in ÷ (per gli amici, Divide. Seguito di + e x) (non sto scherzando) per Galway girl sfodera i pifferini irlandesi alla Titanic che avevano fatto le fortune dei The Corrs, più brani da britanno che scopre quanto è pittoresco il resto del mondo tipo Barcelona o Bibia be ye ye (ghanese per “Hakuna matata”), e quando si cimenta con un rap (New man) va per un flow che non cerchi nemmeno lontanamente di suonare come un bro, yo. Non vado in dettaglio sui brani, tanti articoli in questi giorni lo hanno fatto, il migliore che ho letto è di Gianni Santoro su Repubblica che si sofferma sull’uso e dosaggio degli ingredienti, su una mancanza di originalità ottenuta con pazienza, e di cui prende atto con un dispiacere che però non condivido: per me ci era semplicemente andata di lusso fino ad ora. “Alla musica bisogna avere il coraggio di chiedere di più”, dice Santoro. Ma cosa? Più sapore? Più acqua, meno acqua? Risposte? Domande?
 
Lo streaming sta fissando la nuova aristocrazia, sta spazzando via dalle orecchie del mondo Madonna, U2 e RHCP e tutti gli altri che vendono immensamente meno dei nuovi big; i loro concerti-messa continuano a richiamare adunate di fedeli ma persino per i pesi massimi del decennio scorso è dura, da qualunque reame provengano: Coldplay e Linkin Park e P!nk e Britney e persino i Weezer, tutti inseguono le delizie dell’Ikea-pop – Robbie Williams non l’ha fatto e l’ha pagata cara. Sheeran invece ha cercato di incidere “The biggest fucking pop album it could be”. Non sono nemmeno convinto che gli piaccia quello che fa. Che sia determinato è chiaro (“Scommetto che venderà più del precedente. Non credo che ci sia alcuna possibilità che venda di meno. Quello dopo, prometto che venderà meno, ma non questo”) ma che gli piaccia, chi lo sa. Eppure, a suo modo, quella di Sheeran è anche la vendetta della musica sull’immagine – anche se la sua faccia bianca come squacquerone, gli occhialoni, i capelli frastagliati color gattino, è talmente estrema rispetto all’impeccabilità degli altri che buca il display quanto la loro. Ma lui i dischi li deve vendere davvero, non è Lady Gaga, che può permettersi di fare flop ed essere lo stesso sinonimo di successo e spettacolo. Lui di spettacolo non ne fa troppo, dal vivo suona da solo (“È un grande argomento di conversazione”). Ma tanto, ai concerti dell’Uomo Gattyno non ci andranno i miliardi di ascoltatori, di utenti che popolano questo pianeta. A loro basta una musica che ricorda qualcosa, senza qualità eclatanti – e questa forse è una qualità. Saper fare una roba che dove la metti, sta. Ma in fondo non rimane sullo stomaco.
“Parlavo in terza persona. Non è sano”. Intervista a Dolores O’Riordan, 2007

“Parlavo in terza persona. Non è sano”. Intervista a Dolores O’Riordan, 2007

Ci tenevo a recuperare questa intervista. Poi quando l’ho recuperata mi ha preso la menata (come sempre in questi casi) che fosse un tipico piccolo atto di sciacallaggio, una delle tante commemorazioni che poi sono semplicemente un modo di saltare sul carro (funebre) per dire 

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

Superclassifica 2017: i più – diciamo così – venduti. L’analisona

L’anno in cui gli italiani decisero che aveva ragione il resto del mondo, e comprarono Ed Sheeran e Despacito come tutti gli altri.

Polemistan, cap. VIII. Le migliori polemiche del dicembre 2017

Polemistan, cap. VIII. Le migliori polemiche del dicembre 2017

Apriamo con le roi, der König, MiticoVasco, re d’Italia anche nel 2017. Quindi, ecco già il tour del 2018, 9 date a giugno, tutte negli stadi; i prezzi, per il prato sono 78 euro a Torino come a Roma come a Messina (a Bari, non so perché, sono 72). A Roma però già una delle due date è esaurite e rimane il biglietto Tribuna Mario Centrale-Vip Party al costo di 234,68 euro. Beh, se uno è un vero fan, non può sottrarsi, però i fan si chiedono (sommessamente, per non far scoppiare realmente la polemica): “Ok, ma cosa succede nel Vip party?” Mi incuriosisco anch’io e trovo su un Forum una discussione sui biglietti Vip Party del 2015: “è un biglietto acchiappabischeri”, scrive un fan (un fan! Non io! Io, giammai!). Un altro spiega: “Ricordo Vasco al Moon and Stars a Locarno, avevo 2 biglietti VIP vinti ad un concorso alla Radio…be prima del live, ci hanno fatto incontrare tutti i musicisti dietro le quinte per 15 minuti + Vasco 5 secondi di numero, un po’ scazzato ci ha fatto 1 (e non 2 …) autografo a testa…In totale saremo stati 20 persone con il pacchetto VIP…diciamo che ne é valsa la pena..” Io, come voi, sono fan di MiticoVasco quindi penso che faccia benissimo a spillare tutto quello che può ogni anno – quello che mi incuriosisce è una cosa: che diavolo se ne fa dei soldi? E poi, chissà qual è la sua banca. Chissà se ha investito in obbligazioni. O in supermercati in Lituania come Bono. E a proposito.

Bono intervistato da Rolling Stone Usa dice tante (troppe) cose, e tanto per rimarcare una spettacolosa capacità di fare pasticci a ogni singola mossa, spara sull’America. Al che con subdola astuzia, l’anziana e americanissima rivista fa il titolo clickbaitante su un suo commento molto ma molto incauto in questa fase della civiltà occidentale, ovvero la sua convinzione che ad andare per la maggiore oggi sia “una musica da ragazzine”.

Ah, come mi sento invitato a sponsali.

Va beh, è un commento blandamente misogino ma penso di capire cosa volesse dire. C’è stata una grande fase in cui una “musica per ragazze” (grandi, non ragazzine), viscerale e immaginosa, ha scosso il bolso maschilismo della musica pop e rock, ma è chiaramente alle nostre spalle; il pop svedesizzato che esercita la sua cruenta tirannia nelle playlist è fatto della sostanza di cui sono fatti i lucidalabbra, cambiano (e neanche tanto) solo le pettinature delle interpreti. Non è nemmeno un caso se la “musica da ragazzini” che le si contrappone è un hip-hop così pieno di tonteria machista che quando un Coez o un Fedez o un Gomez o un Chavez fanno il pezzuccio romantico, sembra che Arthur Rimbaud sia arrivato in città. Veniamo perciò a un vero maschio.

Josh Homme. Durante un concerto delle Queens of the Stone Age a Los Angeles, dopo aver dato dei ritardati agli spettatori e insultato gli headliners (“Si fottano i Muse!”) (…so cosa state pensando), ha incoraggiato la platea a insultarlo, poi a denudarsi – insomma non sapeva più cosa fare per rendere la serata frizzantina, finché non ha tirato un calcio in faccia a una fotografa che stava a bordo palco, sbam. Indi, ha concluso il concerto aprendosi un taglio sulla fronte con un coltello, in modo da sanguinare a cascata per il resto dello show. “Sono stato un vero coglione”, ha poi dichiarato contrito in un video (no, Josh, non dire così). Tra le discussioni osservate nella mia e forse pure nella vostra TL, la cosa che non è emersa è che – giusto per tornare alla musica da ragazzine – mi sono ritrovato a pensare che nessun rapper e nessuna popstar maschile (Bruno Mars? Pharrell? Sheeran? Timberlake? Styles?) potrebbe fare qualcosa del genere oggi. In compenso, non mi meraviglierei di vederlo fare a una Miley Cyrus, una Selena Gomez, una Kesha (poverina) e persino una Taylor Swift (“Guardate cosa mi state facendo fare!!!”). L’esibizionismo, la provocazione, forse sono diventati parte del corredo “girlie” anche loro.

Perlomeno al centro dell’Impero. Laddove qui, dalle nostre parti, sono arrivati i Maneskin. Pare che il loro tour sia in odore di Beatlemania. Forse c’è voglia di oltraggiosità – al che viene in mente quella puntata in cui gli autori hanno costretto Damiano a dire che il suo punto di riferimento era il patatone James Arthur, altrimenti gli avrebbero sottoposto a waterboarding il pellicciotto.

Visto che mi parlavate di X Factor. Polemiche per la vittoria di Lorenzo Licitra, quello più spendibile all’estero, sembra i tre del Volo ma da solo, eccetera eccetera. Ma soprattutto, polemiche perché si accusa di tale vittoria il voto del pubblico “in chiaro”, quello che ha visto la finale sul digitale terrestre (su 8) invece che su Sky. Ovvero, i cafoni che, non pagando l’abbonamento alla pay-tv, rivelano la loro appartenenza all’Italia ignorante. In fin dei conti però è bello che esista un’Italia ignorante cui dar sempre la colpa perché le piacciono le cose sbagliate e tiene alla Juve e vota male. Io personalmente sono contento esista, mi permette di sembrare uno che la sa lunga. Ma ecco un fulmine su Sky e tutto il glamour che ci fa annusare: Siae dice che da luglio “Ha smesso di pagare ogni forma di diritti d’autore”.

Ma come, così? Come una qualsiasi discoteca del bresciano? “Sky al momento preferisce non commentare”, riporta Renato Franco del Corriere della Sera il 20 dicembre. Un comportamento inspiegabile per una rete che può permettersi un opinionista come Massimo Mauro, che vale tanto oro quanto ne prendeva da giocatore per schiantarsi a terra non appena entrava in area di rigore.

(ah, comunque non dimentichiamo le polemiche perché emergono vecchie foto in cui Licitra sembrava uno sfigato)

Piccole polemiche invece per Rollinston Italia, che mette a capo del suo “mondo web” (espressione che a me ricorda “il mondo beat”, per la cui sorte si preoccupava Celentano) la reginella dei gossip, la quale subito evoca “Lester Banks”, creando putiferio sul mondo web medesimo. Dopo di che, come prima mossa, chiama a corte uno che pur avendo una certa età e dopo aver campato di biografie di Elisa ed Eros Ramazzotti, oggi inizia gli articoli con il proclama: “Sucate”.
(voi magari direte che sembro uno che rosica) (se qualcuno lo pensa si accomodi, non ho nulla da dire se non quello che dicevano gli imperatori Ming: nel mio celeste impero non v’è mancanza di nulla) (e poi, raga, da quelle parti obiettivamente ho già dato)
In realtà la reputo una polemica priva di presupposti: insomma Rollinston non è una testata musicale, è una roba che cerca – giustamente – di posizionarsi come un’agenzia di rating del successo, di essere accreditata tra gli Standard & Poor che ci dicono se lo hype del pupazzone o della pupazzina è solvibile o no. E per sollevare il bailamme necessario a quel posizionamento dagospiesco non riesco a immaginare due firme migliori dei due succitati. Se davvero vi interessa la musica, credo che Repubblica se ne occupi più di Rollinston, non so se ho reso l’idea.

Se siete arrivati fin qui, non posso non premiarvi con il console onorario di Polemistan, Marco Castoldi da Monza. Mentre la sedicente rockstar mette all’asta alcuni suoi oggetti di fragorosa insulsaggine dicendo che vuole divorziare dal suo passato, la divorziata Asia Argento gli fa pignorare la casa perché dal marzo 2011 Morganetto non pagherebbe gli alimenti dovuti per la figlia. “Chiedo rispetto a chi mi disse ti amo”, si strazia il Poeta. “Sono una madre single in difficoltà finanziarie”, rimbalza Asia. “Nostra figlia merita genitori che volino alto”, gorgheggia lui. Voi capite che Albano & Romina ne escono come Sartre e De Beauvoir. A proposito, nessuno ha ancora pensato di demolire Sartre per certe sue abitudini con le studentesse? Guardate che mica possiamo aspettare che lo facciano i giornali americani, quelli non sanno nemmeno chi fosse.

Giusto a fine anno, polemiche perché il Comune di Bologna eroga 5000 euro a Calcutta per fare una playlist d’auteur per San Silvestro. Lo sgomento si diffonde nel mondo indie – ma non è che poteva fargliela gratis, dai, non credo siano così amici. In ogni caso a me piace pensare a Calcutta nelle vesti di Maestro Canello, con Brigittebardòbardò e Meo amigu Charlie Brown che partono già alle dieci e quaranta dopo i primi tre pezzi raffinatissimi. 

Vorrei concludere con un botto, invece concludo con Sanremo. So già che non dovrei parlarne. Già mi irrita di suo – ma quest’anno ci sarà pure la Hunziker. L’unica cosa peggiore che riesco a concepire è che lo conduca Salvini e che i novanta concorrenti siano tutti Federico Zampaglione. Sta di fatto che in uno dei tanti, accattivanti video promozionali Rai, in un siparietto tra Fabio Fazio e Claudio Baglioni il primo informa il secondo che i giornalisti in sala stampa gli faranno “Sempre solo le stesse domande”. Alcuni milioni di accreditati si offendono: loro paladina è nientemeno che Paola Ferrari, in Rai forse persino da più anni di Fazio: “Carino! W la storica Sala Stampa del Festival“.
Già, W, W.
E W anche i convocati del c.t. Baglioni. A guardarli è difficile distinguerli da quelli che avrebbe potuto chiamare Carlo Conti. Però a ben guardare, ci sono tre cose interessanti e di tendenza. La prima, tutti quei Pooh. La seconda, tutte quelle joint-venture, le partnership tipo Ermal Meta & Fabrizio Moro, Roy Paci & Diodato, Avitabile & Servillo, Vanoni & Bungaro & Pacifico. E la terza, anch’essa in linea con la moderna discografia, sono tutte quelle reunion. Le Vibrazioni, Decibel, Elio & le Storie Tese

Ah, a proposito di Elio.

No, niente.