Mese: Novembre 2016

LeClassifique 102 – MiticoLiga, MiticoVasco, e la vecchiaia del rock italiano

LeClassifique 102 – MiticoLiga, MiticoVasco, e la vecchiaia del rock italiano

I quattro nomi fondamentali del rock italiano, insieme nella top 10 degli album più venduti. Non lo vedremo più.

LA Classifica 101 – ovvero MiticoVasco trionfa su Mina&Celentano, e dietro c’è il Governo

LA Classifica 101 – ovvero MiticoVasco trionfa su Mina&Celentano, e dietro c’è il Governo

Siccome si parla (a malincuore) anche dei TheGiornalisti, ritiro il The dal nome della rubrica in segno di livido dispregio.

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

TheClassifica 100 – Zia Pausini e noi italiani, parenti un po’ schifosi

L’America sceglie Trump, l’Italia sceglie il Natale americano di Laura Pausini. Tutto torna.
La miliardaria romagnola ha messo in riga non tanto Benji & Fede, scesi al n.2 dopo tre settimane (chissà se uscendo in contemporanea l’avrebbero battuta. Non lo sapremo mai), quanto Fiorella Mannoia, che entra al n.3, poi Giorgia che scende al n.4 (e con B&F aveva perso), Robbie Williams (che entra al n.5), Bon Jovi (n.1 in Usa, da noi debutto al n.6) (un anno fa il rabberciato Burning bridges era entrato al n.3), Gemitaiz (entra al n.7) (con la versione deluxe dell’album con cui era entrato al n.1). Pausini natale panchina

E tutto questo senza nemmeno calare l’asso: la presentazione mondiale del disco a Disneyland Paris.
(sì, i colleghi sono già in fibrillazione) (quelli bravi, che ci andranno)

I sondaggisti (io) hanno sbagliato le previsioni. Anche se non ve l’ho detto (e potrei continuare a farlo, in effetti) pensavo che Combattente di Fiorella Mannoia, forte dei firmacopie e della promozione della settimana scorsa, desse la vittoria alla candidata rossa.
Invece, quando nemmeno i centri commerciali hanno acceso le prime lucine, ecco che l’Italia, nel segreto dell’urna, ha scelto il Xmas di Mrs. Pausini.

Secondo Beppe Grillo, il primato della Pausona è un meritato trionfo per i vaffanculers del mondo e una sconfitta degli intellettuali (che la prenderanno sportivamente, sono così abituati a vincere); è opinione diffusa che il governo Renzi ne esca indebolito mentre Salvini è entusiasta e così Briatore; Berlusconi ha ammesso alcune analogie tra lui e Laura Pausini, e il suo amico Putin ha accolto il n.1 di Laura Xmas con moderato compiacimento – la Duma ha apertamente applaudito. A New York alcuni giovani hanno manifestato contro il disco, ma Giorgia ha ammesso la sconfitta ringhiando “Lasciamola lavorare”. Poi, naturalmente, a lavorare di più sono stati gli analisti del giorno dopo, che per spiegare la vittoria hanno puntato il dito sul ceto medio impoverito e disilluso, che alle promesse delle canzoni nuove di artisti con qualche illusoria pretesa, hanno preferito il populismo di canzoni capaci di toccare le corde dell’italiano medio. Ma la verità brutale è che alla magnata (femminile di magnate) di Solarolo, degli italiani non importa granché.
(so che qualcuno tra voi ha commentato “Fa bene!”, ma sia chiaro che mi dissocio) Laura pausini navidad

Prima di vedere perché, una premessa: il disco è di un professionismo impeccabile. Mrs. P, dal punto di vista vocale, è veramente al massimo, e ostenta una confidenza impressionante con l’inglese. Nel disco non strilla nemmeno tanto, per la smania che la possiede da qualche anno, anche se in Jingle bells, appena sente approssimarsi un bel do pieno (pardon: a C note) di sleigh! non resiste e apre tutto, concedendo anche il bis e il tris (“sleeeeEEEeigh!“) (nessuno ha mai avuto il coraggio di dirle che quando lo fa, più che a Ella Fitzgerald somiglia a Wanna Marchi) (Laura, te lo dico io perché sono l’unico che ti vuole bene veramente, altro che i tuoi valletti di Miami)
E a proposito di Jingle bells: i brani scelti sono di un’ovvietà sanguinaria. White Christmas, Jingle bell rock, Oh happy day, Happy Xmas (War is over) – che è peraltro l’unico altro brano in cui strilla e gorgheggia “War is oveeeeher if you want iiiit!!!” come se avesse davanti 4 colleghi meno bravi di lei ma seduti alla scrivania di un talent. Non c’è niente che non troviate in tutti gli altri album innevati degli ultimi dieci anni, anche italiani, da Irene Grandi a Mario Biondi. Ma ancora più ovvi a dire il vero sono gli arrangiamenti swingosi di Patrick Williams, consumato mestierante, re delle colonne sonore tv (Lou Grant, Colombo, e un sacco di altre cose antiche e non strettamente famose), direttore scelto dal tardo Sinatra per i suoi duetti – ed è questo il girasole che appone all’occhiello. Forse più ancora che dalle parti delle natalate di Michael Bublé, siamo nel territorio di Tony Bennett, quel tipo di disco natalizio nel quale l’acquirente cerca l’esatto contrario delle sorprese. Un po’ di originalità (ma poca, eh) fa capolino solo solo nello swing di Jingle bells, per non renderla insopportabile, ché è una canzone che fa schifo come poche.

Il problema è che per essere una donna di personalità non arginabile (non più), Mrs. P. ostenta il suo quid solamente nell’ostentazione della superstardom internazionale. pausini ditoChe ottiene, tra le altre cose, spazzando via ogni parvenza di italianità maccarona e provinciale in favore del Natale del Kansas City. Dieci brani in inglese, uno in latino (Adeste fideles, molto popolare nel centro dell’Impero, essendo di provenienza irlandese), e solo alla fine del cd, la zia ricca si ricorda di noi parenti poveri e schifosi e ci canta la canzone in italiano – Astro del ciel (che peraltro è la austroungarica Stille nacht tradotta). Un solo pezzo in italiano, così come nella versione francese e canadese c’è Noël blanc. Però occhio, nella versione per il mercato latino, caramba!, ci sono:
¡Va a nevar, va a nevar, va a nevar!
¡Blanca navidad!
¡Santa Claus Llegò a la Ciudad!
¡Noche de paz!
¡Feliz Navidad!
Mamacita non tiene las mismas ediciònes como todas: yanquis e chicos vanno coccolati, mentre noialtri terronazzi adoremus comunque. Non è che la scelta non ci fosse, eh – non dico Christmas with the yours di Elio & le Storie Tese o È Natale di Mina, ma qualcosa si poteva buttare lì, beninteso solo per noi, per un’edizione che non offendesse popoli più stupendi del nostro: poteva pescare dove voleva senza per questo essere provinciale e mandolina: da Tu scendi dalle stelle (napoletana certificata dal 1754) a De Gregori, che il Natale lo cantava pure negli anni di piombo. O Caro bambin Gesù – che cavolo, l’ha cantata Bocelli, più sdoganata di così – oppure, per un album di fine anno, banalmente, L’anno che verrà di Dalla. Invece Mrs. P. non ha ritenuto di fare un’edizione del suo disco per gli italiani. E stando così le cose, quello che mi turba non è tanto la sua feroce voglia di prendersi un altro Grammy. Quanto che avalli il fatto che il Natale, anzi il Xmas, anche da noi va celebrato swingando, festeggiando in stile americano perché è una festa americana.
Niente di illegale, comunque: avevano i soldi e se lo son comprato.

Il resto della top 10. Ehi, ve ne ho già parlato. fiorella mannoia nuovoVi devo giusto le posizioni dal n.8 al n.10, occupate da Franco Battiato & Alice (Live in Roma) (curioso, non sono in ordine alfabetico – né ordinati per galateo), Pooh e Coldplay. Escono dalla prima diecina Nek (n.19), Lady Gaga (n.21), Emis Killa (n.24). Non ci sono rimasti molto, vero?

Altri emendamenti. Questa poi. Alicia Keys (n.14) non entra nemmeno in top ten. A differenza di Norah Jones che poche settimane fa ce l’ha fatta. Entrano al n.51 gli Alabama Shakes. E al n.75 Keith Jarrett. E per questa settimana, con la musica per intenditori abbiamo chiuso. L’album più anziano in classifica è ANCORA, dopo 105 settimane, Sono innocente di MiticoVasco, che addirittura risale due posizioni e va al n.95 pur di tenere testa alla raccolta dei Modà. Che malauguratamente, sale anche lei – al n.52. So che in questa battaglia state tutti tifando MiticoVasco come me. Forza, mettete mano al portafogli e regalatene una copia al cognato.

Miglior vita. Sette album incisi da artisti o gruppi guidati da artisti che hanno lasciato questa valle di exit poll. Guidati da Leonard Cohen. Ehi, un momento, non è vero: Cohen era vivo, per quelli che lo hanno comprato fino a giovedì scorso. E infatti, la sua posizione in classifica è peggiorata, dal n.16 al 26, a riprova che non ha beneficiato della propria morte (…ok, non è un’espressione felicissima, ne convengo).

Pinfloi. Beh, qui tocca tornare a Mrs. Pausini. Perché tra i nomi su cui ha marciato inesorabile, c’è anche quello sacrosantissimo di The dark side of the moon. Theclassifica pausini vinili pink floydChe ci crediate o no, il vinile definitivo è stato sconfitto dal 33 giri di Laura Xmas, e si è dovuto accomodare al n.2 della classifica del feticismo. È ben vero che gli autentici floydiani posseggono già almeno otto delle precedenti Ristampe Definitive Speciali Limitate Imperdibili Stavoltaveramente Mondocano dell’album prismoso, però vi rendete conto anche voi – il vinile della Pausini contro IL vinile dei Pink Floyd. Che poi evidentemente da lì viene un grosso contributo al primato complessivo della nostra matrona, visto che il n.2 di TDSOTM vale ai Pinfloi un n.12 complessivo (e quindi, se tanto mi dà tanto, dalla nicchia del supporto raffinato è arrivata una bella spinta: beccati questa, Mannoia). Quanto a Wish you were here e The wall, sono rispettivamente al n. 60 (meno 15 posizioni) e al n.83, stazionario e dignitoso. Non ricordo se Roger Waters ha mai cantato canzoni natalizie. Secondo me avrebbe dovuto provarci. Shine on you crazy Santa. The great gig in the snow. Comfortably Tannenbaum. Happy Xmas (Wall is over). Beh, quest’ultima può inciderla Trump.

Mina & Celentano. Questi fantasmi

Mina & Celentano. Questi fantasmi

La conferenza stampa senza di loro. Uno speciale televisivo in prima serata su RaiUno, senza di loro. Altre due prime serate dopo Sanremo, sempre senza di loro. Un video (Amami amami) in cui non compaiono. Un album di canzoni non scritte da loro. Mina e 

Jonny Greenwood. Come funzionano i Radiohead (intervista 2001)

Jonny Greenwood. Come funzionano i Radiohead (intervista 2001)

Non sapevo tante cose. Per esempio, che quelli che stavano uscendo erano gli ultimi dischi. Gli ultimi dei quali si sarebbe discusso per anni. Poi, non sapevo che la mia testata di allora fosse stata inserita nell’elenco B, quindi io avrei parlato con Greenwood e non con Yorke. Ora ringrazio che sia andata così – però all’epoca mi sentii come i giornalisti degli anni 60 e 70 che tornavano al giornale dicendo “No, non ho parlato con Jagger – mi hanno rifilato il chitarrista”. Non sapevo nemmeno che tipo fosse Greenwood. Pensavo: magari è più compagnone del talpone nell’altra stanza. Eh, mica tanto. Però certi tratti personali di star anche enormi me li sono dimenticati, mentre di lui ricordo molte cose. radiohead jonny yorke cineseSoprattutto che rispondeva proprio come suonava: shoegazing da manuale. Da seduto, dietro una scrivania che ricordava un po’ un banco di scuola. Però proprio come uno studente insicuro, alla fine di ogni risposta alzava gli occhi all’improvviso dalla punta delle scarpe e mi guardava con un piccolo sorriso, come per dire: “Vai! Sono riuscito a rispondere!”

Ricordo anche che all’epoca non intervistavi un musicista con un’addetta stampa lì, presente, addosso a entrambi, a far sentire la sua querida presencia – e, eventualmente, a telefonare al vicedirettore per dire “Costui non garba alla mia personalità isterica, adiposa e sottoalfabetizzata, ho deciso che non devi farlo lavorare più oppure il tuo giornale le interviste se le sogna”) (ma naturalmente, è ovvio che questo tipo di pratica non penalizza quelli bravi) (scusate, era un ricordo vero di una cosa successa nella stessa casa discografica qualche anno dopo –  non lo faccio più, prometto)

L’inizio è un po’ goffo, poi arrivano due o tre piccole cose che fanno pensare ancora oggi. Insomma, spero ci troviate qualcosa di interessante. Quanto meno, l’accenno a Napster.

Che rapporto di parentela c’è tra Kid A e Amnesiacamnesiac.albumart
Sono gemelli, ma non identici. Amnesiac è rimasto nella pancia un po’ di più.

Molti hanno pensato che il cambiamento stilistico di Kid A rappresentasse anche una sorta di cuscinetto tra voi e le aspettative che si erano create dopo tre anni di attesa…
Sì, in parte è vero.

E molti si aspettano un ritorno allo stile di Ok computer. 
In tal caso, credo che anche stavolta molta gente rimarrà spiazzata. Pazienza: a noi piace quello che stiamo facendo. Molti gruppi cercano di rifarsi a una formula, di rimanere nei paraggi del loro maggiore successo. Noi invece ci siamo fidati di noi stessi.

E tuttavia avete avuto un enorme successo in ogni caso, e incredibilmente anche negli USA. Ne siete rimasti sorpresi?
Ovviamente non ci aspettavamo di andare al n.1, ma Kid A era un disco attesissimo. Qualcuno ha scritto che in quel momento avremmo potuto pubblicare qualunque cosa, e la gente lo avrebbe comprato. Forse c’è qualcosa di vero, ma penso che oggi i brani, grazie a internet e Napster, circolino così velocemente che molta gente ha l’opportunità di sentirli prima di comprare il disco. Quindi credo ci fosse anche un autentico interesse per la musica contenuta in Kid Akida.albumart

Un mese prima dell’uscita hanno cominciato a circolare recensioni di Amnesiac, specialmente su internet. Ne avete letta qualcuna?
No. Anche perché abbiamo visto che molti critici hanno completamente cambiato parere sul disco che lo ha preceduto. Se proprio quello che gli importa è uscire prima di tutti gli altri con la recensione, possono farlo – ma immagino che la cosa comporti un giudizio frettoloso su un disco ascoltato una volta e mezza. È piuttosto bizzarro, ci sono dischi che ascolto da molti anni fa sui quali non mi sono ancora fatto un’idea precisa. Ma io non sono un critico, naturalmente.

Effettivamente molti hanno confessato di aver cominciato solo dopo qualche mese ad apprezzare Kid A. Pensi che succederà anche con Amnesiac?
Credo che sarà una sorpresa minore, un po’ perché è stato preceduto da Kid A, un po’ perché in questo caso ci sono dei singoli. Comunque fare dischi non esattamente “a presa rapida” non è un peccato.

A proposito, visto che i due album provengono dalle stesse sessions, perché avete deciso di convogliare tutti i potenziali singoli in Amnesiac e non ne avete messo neanche uno in Kid A?
Beh, non è stato esattamente così, anche con Kid A avremmo potuto fare dei singoli. Ma in quel momento abbiamo avuto la ingenua pensata di proporre alle radio di uscire dalla logica dei singoli: “Non vogliamo imporre a voi e al pubblico una canzone particolare, scegliete voi quale brano trasmettere”. Così loro non hanno trasmesso niente! Nelle radio non sono abituati a ragionare in questi termini. Ma ci avrebbe fatto piacere sentire l’effetto fatto da un nostro brano nel flusso della programmazione radiofonica, specie negli Stati Uniti. Ci avrebbe detto qualcosa sulla nostra musica, penso. radiohead jonny yorke

L’interpretazione prevalente in effetti è che stiate cercando di trovare nuove leggi per la musica pop, di smontare alcune delle sue strutture, musicali e promozionali. Se è così, in che misura è un divertimento, e in che misura una sorta di compito che vi siete dati?
Smontare è una parola troppo grossa. Non siamo partiti con l’idea di fare una rivoluzione, cambiare tutto. Forse siamo solo cambiati noi, e certe cose che prima ci sembravano necessarie non ci sembrano più irrinunciabili. Siamo nella musica da un po’ di tempo, siamo stati fortunati, e il successo dei nostri dischi ci permette di fare certe scelte. Per quanto mi riguarda sto per compiere 30 anni, e voglio vedere cosa può darmi la musica di nuovo. Il che non vuol dire che non mi piaccia più la musica pop. Ce n’è parecchia che amo, e che mi ispira. In questi giorni sto ascoltando Serge Gainsbourg, mi piace tantissimo. Ha fatto dei pezzi con Brigitte Bardot che sono incantevoli… Mi piace come punta a dare un autentico stile alle sue canzoni. Credo che tenesse tantissimo al sapore della musica pop.

Puoi fare anche esempi più recenti?
Ci sono molte cose che, per quanto non possa dire di amare, trovo interessanti. Il nostro tecnico del suono ha lavorato con la Kelly Family, e con lui abbiamo parlato molto del modo in cui il pop attuale punta alla pulizia anche dei suoni. Mi piace anche l’hip-hop americano, ad esempio l’ultimo disco di Dr. Dre. Trovo interessante l’attenzione per la modernità e la pulizia del suono, in contrasto con quello che succede in Inghilterra, dove da un sacco di tempo c’è l’ossessione per un suono “sporco” che dia un’illusione di purezza, di ritorno agli anni ’60 e ’70. Come a ostentare un’istintività che in realtà è puramente prefabbricata… Sono settant’anni che si registra musica pop, e non si sono fatti molti passi avanti. A parte il fatto che la maggior parte della musica che viene registrata fa schifo, ho l’impressione che ci si sia fossilizzati su un certo modo di proporla, e anche di ascoltarla. È strano che ancor oggi la gente distingua tra una musica pop basata sulla chitarra, considerandola genuina, semplice e diretta, e musica “adulterata”, inquinata dalle tastiere e dall’elettronica. Io suono la chitarra, e non mi sento scandalizzato da Pro Tools. La musica pop mi sembra vittima di un’illusione. radiohead jonny yorke bn giovani

Forse anche più di una.
Sì, ma ce n’è una che ha a che fare più con la nostra immaginazione che col business. Quello che la gente sente quando mette un cd dei Radiohead nel suo lettore è una nostra composizione, e quindi qualcosa che volevamo comunicare. Ma quando si comincia a parlare di immediatezza, bisogna sempre tenere a mente una cosa: quando sentite un disco dei Radiohead o qualunque disco, state ascoltando qualcosa che è successo una notte di un anno fa in uno studio di registrazione: non sta succedendo in questo momento a casa vostra.

Però è successo, è un documento, è qualcosa che avete creato. Gli avete dato la forma che è sul disco.
Sì, ma non avete Thom davanti a voi che declama le sue liriche: Thom in quel momento è da tutt’altra parte – questa è la realtà, mentre se voi pensate che noi stiamo cantando in quel preciso momento, quella è finzione. Ecco perché diffido di chi parla di dischi genuini, di realismo. Mi va bene parlare delle canzoni, ma non bisogna essere troppo sicuri che un disco blues sia più “vero” di un disco di musica elettronica.

Tempo fa avete dichiarato che durante le sessions di Kid A avevate in mente Remain in light dei Talking Heads.
Sì, abbiamo fatto riferimento a quel disco, credo sia un album molto importante.

C’è un disco di riferimento anche per Amnesiacradiohead jonny yorke live
Hmm… In parte, ancora quel disco, proprio perché è stato registrato durante le stesse sessions. Ma l’espressione “un disco che avevamo in mente” è quella più giusta: non abbiamo voluto fare la nostra versione di Remain in light. Mi mette a disagio parlarne perché sulle riviste musicali poi questa cosa viene sempre enfatizzata.

Prometto di minimizzare.
Riprodurre, imitare il lavoro di qualcun altro è la strategia sicura per realizzare qualcosa di mal riuscito. È come quando un produttore parte deciso a farti fare una nuova versione di Led Zeppelin IV perché lui avrebbe voluto produrre quell’album. Non puoi rifarlo, quindi lascia perdere. La cosa migliore che puoi fare è cercare di cogliere lo spirito di un’idea, vedere quali risposte ti sollecita. E poi concentrarti su di te.

In Kid A hai suonato strumenti insoliti come l’Ondet Martinot. Lo hai fatto anche in Amnesiac?
Ho suonato fisarmonica e piatti. E il double bass in You and whose army?. È uno strumento molto funky, che mi è sempre piaciuto molto.

Ma un chitarrista come te non soffre a lasciare la chitarra per dedicarsi ad altri strumenti, e in particolare a Pro Tools e ai computer? radiohead jonny yorke bn
La chitarra rimane lo strumento più importante della mia vita, ma rimane uno strumento. Per esprimere cose diverse, devi usare strumenti diversi. Se voglio fare un disegno, non posso usare una macchina da scrivere.

Pensi che i vostri fans riusciranno a suonare i vostri pezzi alla chitarra?
Facilmente. Non credo che la gente farà troppa fatica a trovare gli accordi per i brani di Amnesiac. Casomai potevano esserci più problemi per Ok computer.

Questo significa anche che per voi sarà facile suonare Amnesiac dal vivo?
Sì, e senza nemmeno ricorrere a stravolgimenti.

In concerto non parlate quasi mai, e questo alimenta la convinzione che siate un gruppo che cerca di nascondersi, di evitare il contatto con la gente. Viceversa, avete due siti internet, e in uno di essi, Spinwithagrin.com, siete completamente a disposizione di chi vuole comunicare con voi.
Penso che il sito internet risolva qualche problema legato alla timidezza e al nostro bisogno di riflessione. Probabilmente le grandi conferenze stampa – show con domanda e risposta frizzante non fanno per noi. Quanto ai concerti, quello è un discorso più ampio. Ogni tanto ci riguardiamo nei video, e facciamo fatica a riconoscerci. Ma un concerto è un momento molto particolare. Sicuramente non lo intendiamo come show.

Se è così cosa pensate di dare al pubblico che viene a vedervi? radiohead concert
Forse il pubblico non riceve niente, forse è una cosa molto egoista quella che facciamo. Ma forse la gente riceve l’esperienza di vederci mentre cerchiamo di costituire un insieme che fa musica meglio che può. È come vedere una partita di football da molto lontano: non vedi quello che vedi normalmente in tv, cioè il singolo giocatore con la palla… Da lontano vedi una squadra che cerca di muoversi insieme, in modo corale. Però non è automatico come sembra, la realtà è che si tratta di più persone che in ogni partita cercano di fondere le loro azioni, i loro movimenti nel modo migliore. Noi non siamo esattamente professionali, non andiamo sul palco con la sicurezza di quello che succederà. Intendiamoci, so che possiamo fare buoni concerti, ma non è mai una garanzia. Però mi viene da aggiungere che non trovo niente di speciale nei concerti perfetti, quelli in cui ogni sera i musicisti ripetono meccanicamente note e parole e gesti e faranno divertire la gente. Per noi il margine di incertezza, lo sforzo c’è sempre. A volte non funzioniamo, siamo una squadra che gioca male. Secondo me la cosa è da accettare, penso che anche il pubblico dovrebbe farlo. Per quanto mi riguarda ho sempre considerato i concerti, anche quelli altrui, come uno sforzo, un tentativo di trovare una coesione – e non un meccanismo perfetto che si ripete tutte le sere. Quando vado a un concerto non mi dispiace sentire una stecca o un effetto Larsen, qualcosa che non va “come dovrebbe andare”. Rende il tutto più umano.

I testi delle vostre canzoni suscitano sempre delle interpretazioni anche piuttosto fantasiose. Vi capita mai di chiedere spiegazioni a Thom?
Preferiamo non farlo: è sempre riduttivo chiedere a qualcuno di spiegare una canzone. Una canzone è qualcosa che dura 4 minuti e ti propone delle cose, che chi ascolta può fare sue o meno. Per farmi capire, mi ricollego ai Talking Heads: una volta ho letto un’intervista in cui David Byrne spiegava le sue canzoni. Leggendo, vedevo la differenza tra quello che io avevo trovato in quei pezzi, e quello che lui diceva di averci messo. E pensavo: allora mi sono sbagliato. E se invece si fosse sbagliato lui? Tanto più che in un certo senso, un errore lo ha fatto: mi ha tolto delle cose. Aveva ristretto le possibilità delle sue canzoni.

Per finire: negli anni ’90 avete inciso tre dischi. Dal 2000, la vostra media è di un disco all’anno. Pensate di mantenerla?
Sì, lo spero proprio.