Mese: Gennaio 2016

TheClassifica 81 – Volevamo una popstar. Ora abbiamo Mengoni. E adesso? E adesso?

TheClassifica 81 – Volevamo una popstar. Ora abbiamo Mengoni. E adesso? E adesso?

Come le Grandi Star dei Paesi Importanti, Marco Mengoni ha bisogno di un esercito di autori per scrivere un album. Avendo tante cose da dire e con urgenza.

Gli Eagles. Aberranti, ma interessanti

Gli Eagles. Aberranti, ma interessanti

Gli Eagles per principianti. Ovvero: il cinico, squallido gruppo che ha fatto sognare una generazione.

Beh, ora, parla Bowie

Beh, ora, parla Bowie

“Non ho mai dato un calcio a un pallone”. (1993)

“Io, schizofrenico? Forse una parte di me lo è, ma l’altra ha i piedi per terra”. (1976)

“Il futuro sarà incredibilmente tecnologico. Non torneremo mai più a un’esistenza semplificata. Non succederà”. (1974)

“A un certo punto ho avuto un moto inconsulto verso la canzone autobiografica alla James Taylor, ma grazie a Dio ne sono uscito”. (1997)

“Le persone fanno fatica a tener dietro alla velocità del cambiamento nel mondo, che è diventata certamente eccessiva. Sin dalla Rivoluzione Industriale c’è stata una crescita vertiginosa cui le persone hanno disperatamente cercato di tenersi aggrappati. Ora stanno iniziando a cadere. E sarà sempre peggio”. (1977)

“Mi spiace se la gente ha trovato certe mie cose insopportabili, ma faccio anche cose che SO essere buone. E sfortunatamente, per fare quelle cose buone devi fare degli errori”. (1997)

“Il Duca Bianco non sono io. E’ soltanto un clown. L’eterno clown che tenta di superare la grande tristezza del 1976”. (1976) 

“Mi piace molto aiutare la gente. Penso che sia grandioso per il mio ego”. (1983)

“Il rock è sempre 10 anni in ritardo rispetto alle altre arti. Ne tira su dei pezzi e frammenti. Sta costeggiando il dadaismo solo oggi. Io stesso ho letto Burroughs anni dopo che era venuto fuori, e ho iniziato ad applicare la sua tecnica – che in letteratura aveva già fatto il suo corso”. (1980)

“La mia rissa con Lou Reed è stata descritta in modo epico, ma penso sia stata più una gara di schiaffetti. Ci furono un sacco di ‘Fatemelo rovinare!’ ad alta voce e ‘Tenetemi!’ a bassa voce”. (1997)

“I Queen vennero a registrare a Montreux, non lontano da dove vivevo. Scoprirono dove abitavo e andammo in studio a fare un’inevitabile jam, che portò a uno scheletro di canzone. Poteva venire molto meglio, ma fu messa in piedi in 24 ore”. (1983)

“Non riesco a capire metà delle cose che scrivo. Però un sacco di gente me lo spiega – specialmente americani”. (1975)

“È una fortuna il fatto che nella musica una così ampia parte del subconscio possa rivelarsi tramite la melodia e la collocazione di una particolare parola su una particolare nota. L’informazione è nella canzone, non nelle intenzioni dell’autore. Forse la mia principale convinzione è che io scrivo in modo evocativo in termini di musica ed espressione verbale”. (1993)

“Laurie Anderson e mia moglie e Lou ed io ci vediamo spesso, andiamo al cinema e tutta quella roba da borghesi”. (1997) 

“Se pensate che gli inglesi non sappiano ballare, non avete mai visto dei bianchi americani”. (1993)

“Non credo ci stiamo evolvendo. Non stiamo andando da nessuna parte”. (2004)

“Non sono un grande fan di Dylan. Penso che sia uno stronzo, quindi non sono interessato”. (1975)

“Ci sono artisti e band che hanno fatto cose su cui potrei sentirmi possessivo. Ma poi penso a tutte le cose che ho rubato, quindi è meglio che io eviti. Come diceva Picasso, non è ciò che rubi, è come lo usi”. (1997)

“Credo che la gente vada a un concerto rock per ottenere informazioni, e l’artista è quello che gliele dà. Non so quale sia esattamente l’informazione, ma ha a che fare con la sopravvivenza. Sono sicuro che il rock’n’roll ha a che fare col sopravvivere”. (1978)

“La mia canzone più conosciuta si ispira a 2001 di Kubrick, a Salvador Dalì e ai Bee Gees”. (1970)

“Penso di aver fatto la mia parte nel rock’n’roll. Non voglio una carriera nel rock’n’roll. Nel rock’n’roll l’artista diventa rapidamente un archetipo, e quando accade, il suo senso è ottenuto”. (1976)

“Qualsiasi cosa la cultura occidentale abbia da offrire, io l’ho provata”. (1996)

“La prima volta che ho sentito musica jungle ho pensato: Dio, questo è uno degli stili più eccitanti che abbia mai sentito! È il futuro del rock! Sono le stesse sensazioni che ho avuto sentendo per la prima volta gli Who”. (1993)

“Il rock’n’roll è questione di rimanere in circolazione a lungo”. (1989) 

“Just a gigolo è la mia versione dei 32 film di Elvis, tutti in uno solo”. (1983)

“La gente non è molto furba. Dicevano di volere la libertà, ma quando ne hanno avuto la possibilità hanno rifiutato Nietzsche per prendere Hitler perché era carismatico, e la musica e le luci sottolineavano quello che diceva nei momenti più adatti. Somigliava a un concerto rock”. (1976)

“I tre album incisi quando vivevo a Berlino sono il mio DNA”. (1983)

“Almeno una volta, provate a confrontarvi con un cadavere. L’assoluta assenza di vita è il confronto più disturbante e stimolante che si possa affrontare”. (1990)

“Non credo che un artista possa dire più di due cose nuove nel rock”. (1980)

“Gli americani, essendo una nuova nazione con radici che vengono discusse, cercano di mettere in piedi una loro cultura più velocemente che possono. Quello che non è necessario viene assorbito dai media e diventa parte della American way of life”. (1974)

“Quando mi è arrivato sentore del punk, era già virtualmente finito. Le poche punk band che vedevo a Berlino mi sembravano ripetere quello che Iggy faceva anni prima. Però mi è spiaciuto essermi perso l’intero circo dei Sex Pistols, mi avrebbe fatto passare la depressione più di ogni altra cosa”. (1980)

“La musica diventerà come l’acqua corrente o l’elettricità. Approfittate di questi ultimi anni, perché nulla di quanto avete visto accadrà più. I concerti rimarranno la sola situazione irripetibile”. (2001)

“E’ incredibile il modo in cui la musica rock è diventata un soggetto accademico. Entro in un negozio e vedo pile di libri su qualsiasi aspetto del rock. Scrittori che scrivono di rock. Giornalisti che scrivono di giornalisti rock. Ne stanno facendo una cultura”. (1974) 

“Io e Eno parliamo molto seriamente di scrivere musica per fare il bagno. L’idea di sottili stimoli emozionali per le varie attività di una persona durante la sua giornata potrebbe risultare una ragione sensata per comprare musica, diversa da quella vecchia, anni 60, nella quale l’idea era comprare per sviluppare una propria identità con l’aiuto di qualcun altro”. (1978)

“Si potrebbe pensare che una rockstar che sposa una top model sia una cosa grandiosa. Lo è”. (2002)

“Le parole non sono strettamente necessarie, la musica ha un messaggio implicito che le parole non sanno esprimere – se così non fosse, secoli di musica classica non avrebbero resistito al tempo”. (1987)

“Non saprei contare quante volte qualcuno mi ha detto: “Hey, David, Let’s dance!” Io odio ballare. Dio, è una cosa così stupida”. (1997)

“Dopo un po’ la sperimentazione non è più così appagante. Perché non è molto utile, tranne, come direbbe Eno, per creare un nuovo tipo di vocabolario. Ma ora che ce l’ho, devo pur farci qualcosa”. (1983)

“Ora che capisco meglio me stesso e gli altri, dovrei morire? Che palle! Vorrei vivere fino a 200 o 300 anni”. (2004)

“Non so dove andrò ora. Ma so che non sarà noioso”. (1997)

“I giovani artisti pensano: morirò entro i 30 anni. Diventerò grandissimo e morirò. Ma se non capita devi andare avanti. E compierne 30, e 40, 50, 57… Ed è un territorio nuovo. In cui io e quelli come me siamo pionieri. Dobbiamo capire in cosa consiste, essere un rock’n’roller a 57 anni. E quelli dopo di noi ci studiano. E dicono, oh sì, quanto è vecchio ora. Ma in segreto pensano – mmh, meglio che guardi come lo fa… Vedo che lì seduti ci sono i Travis. E so cosa stanno pensando. Pensano: …Okay, si tinge. Quello NON PUO’ essere biondo naturale”. (2003)

David Bowie. Bene. E adesso?

David Bowie. Bene. E adesso?

“So, softly, a super-god dies” (The supermen, 1970) E adesso? Da che parte lo prendi, Bowie? Da che parte si comincia? Non lo so proprio. Non so nemmeno quale foto scegliere. Quale periodo? Quale particolare? Gli occhi? I capelli? I vestiti? Quale soprannome? Capisco quelli 

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

TheClassifica 80. Ultime grida dall’anno scorso

LA TRILOGIA DELLE FESTE
Capitolo IV: Natale 2015 e la sua posizione nei confronti di noi giovani. (contiene: TZN)
Capitolo V: un anno di noi. (contiene: ancora TZN)
Capitolo VI: panettone di informazioni semidivertenti sull’ultima classifica del 2015. (contiene: Pinfloi)

Punk, 1976-2016: 40 anni di retorica

Punk, 1976-2016: 40 anni di retorica

Il punk che rigenerò il rock, il santo punk che liberò tutti e continua a farlo, il punk delle t-shirt che rendono chiunque un ribelle citazionista, il punk eroe militante dei centri sociali, il punk debito estetico che riscatta ogni dito medio, da quello di Cattelan a quello dei selfie delle amiche in serata “pericolosa”. Il punk fucina di slogan e di stilisti e di pubblicitari, il punk che quest’anno ci arriverà addosso nella più implacabile, furibonda orgia di celebrazioni tese a tirare su soldi e like. Perché paradossalmente niente ha avuto un futuro così lungo come il “No future”, niente è perennemente di moda come la moda che le ha odiate tutte, niente è così dibattuto come il movimento che disprezzava i dibattiti (a Milano qualche sociologo se lo ricorda ancora). Perché il punk è un mito fondante, è il Prometeo della cultura giovanile – e come Prometeo, promete, promete. Che importa, se mantiene o no. 

Parlando di miti, in questi anni va molto di moda mettere al centro del punk i Ramones – che del resto hanno le magliette migliori, col nero che sfina – e l’epopea gloriosa del favoleggiatissimo CBGB’s (ripetete con me: sibigibis, sibigibis, sibigibis). Mentre John Lydon è pieno di imperfezioni: è grasso, è vivo, è ricco, è lucido – no, non va bene. Per non parlare poi degli altri piccoli eroi dimenticati (faccio solamente il mio nome del cuore: i Ruts D.C.).

Se non che, chi scrive era bimbetto quando di punk si cominciò a parlare, e ha la precisa sensazione che senza la grancassa londinese, con la sua spettacolarizzazione, non ne avremmo mai saputo niente. Perché Londra ha sempre avuto un vantaggio competitivo su Milano e Parigi nel diffondere le sue mode: l’alleanza con la musica. Dagli anni 60 in poi, la sinergia è stata impeccabile, permettendo di lanciare praticamente ogni anno una nuova tendenza nei suoni e nei vestiti (un continuo rimodellarsi, di cui l’emblema compiuto è David Bowie): qualcosa che a ogni nuovo calendario facesse sembrare disperatamente vecchio quanto era venuto prima. “A metà anni 70 di colpo tutti dissero che noi Genesis, come gli altri gruppi prog­rock, eravamo dinosauri”, rifletteva Phil Collins nel documentario Sum of the parts; “eravamo da museo. E avevamo 25 anni”.

Inevitabile che i Sex Pistols, punk band per antonomasia, nascessero in una boutique, il notorio (e leggendario) (come tutto) Sex di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, in King’s Road, nel 1975. Cionondimeno anche il punk pareva destinato al trattamento da lui riservato ai predecessori, “la dannata Beatlemania” (definizione dei Clash), la psichedelia (“Odio i Pink Floyd”, la t­shirt di Johnny Rotten), i figli dei fiori (“Non fidatevi degli hippie”, slogan di McLaren), l’odiatissimo prog-rock di quelli che usavano – orrore! – più di tre accordi. Sta di fatto che dopo la fiammata autodistruttiva sia della band portabandiera che dei suoi componenti, anche il declino del punk era dato per certo, viste anche le nuove ondate giunte dal ’77 all’81 (goth, ska, new wave, new romantic). Per quanto riguarda l’Italia, nell’impeccabile e malinconico Costretti a sanguinare di Marco Philopat, il protagonista – per certi versi assimilabile al ribelle senza una causa di Q dei Wu Ming – colloca l’esaurimento definitivo della pila nel 1984 (e la fa coincidere, guardacaso, con un concerto dei furbi CCCP). 

Invece, LOL!, il genere più autodistruttivo si è rivelato il più longevo di tutti. Il suo antagonismo, la “attitude” aggressiva e anarcoide sono usciti dalla loro epoca diventando ingredienti chic per chiunque, da Billy Idol, il “punk di Mtv” degli anni 80, agli accattivanti Green Day negli anni 90, fino a Skrillex, il dj amato dai mediapeople più cool. Non c’è stilista che non abbia nel suo mazzo la carta punk, da giocare al momento giusto. E rivendica una radice punk Lady Gaga, la butta in punk Miley Cyrus – che cavolo, si fa presto a sfoggiare una cresta, alzare un dito medio e buttarsi a pogare come allegri scimmioni. Perché il progetto di McLaren e Westwood ha prodotto l’unico stile che non va mai fuori moda. Il fascino di quello slancio provocatorio non risulta mai stantio e ha ottenuto il subdolo effetto di ribadire la centralità londinese, dal grido London Calling dei Clash (col loro proclama “I’m so bored with the Usa”) al God save the Queen intonato dai Sex Pistols sul Tamigi (…e dove se no). Proclamatosi iconoclasta, il punk ha creato icone inscalfibili, dal maledettismo abissale di Sid Vicious alla militanza di Joe Strummer, dal ghigno caustico di Johnny Rotten alla Regina Elisabetta stessa, operando in senso ironicamente patriottico.

Quanto allla rigenerazione sonora operata dal punk, sì, forse durò due-tre anni, ma non ebbe nessun effetto sul percorso della black music, non impedì agli odiati Pink Floyd di fare il bottissimo nel 1979/80 con The Wall, non ebbe una palpabile influenza sonora sulla debordante ascesa di Bruce Springsteen. Il punk che come Gesùnostrosignore muore per redimere la musica diffondendo la parabola della sua immediatezza ha prodotto e continua a produrre una quantità di inutili cani non inferiore a quella che circola nelle musiche più dichiaratamente commerciali, e se davvero ha “cambiato la musica per sempre”, ascoltando il panorama attuale non è che venga spontaneo ringraziarlo commossi – né lui né l’altro genere stravecchio e bolsissimo che sopravvive a se stesso e nonostante questo viene propagandato come iperfigo, moderno, rivoluzionario. Oh, sì, fatti avanti, hip-hop: si parla di te. 

Di fatto, curiosamente, uno dei testi più apprezzabili sull’impatto del fenomeno è venuto dalla grande pentolaccia del rock, Bono degli U2, bersaglio mobile di tutti i duriepuri: con un pezzo che non somiglia in niente (saggiamente) al rock dei Ramones, il brano The miracle of Joey Ramone parla di una “music so I can exaggerate my pain, and give it a name”. Ma si può continuare a farlo con gli stessi nomi, gli stessi suoni, le stesse magliette, la stessa attitude (forse il cliché più triste) 40 anni dopo? E si può continuare a celebrarlo, ignorando volutamente che è esattamente quello che non andava fatto?