Mese: Marzo 2015

Marginalità. Stagione 1, episodio 2. La verità su 105, su Spotify, su Google.

Marginalità. Stagione 1, episodio 2. La verità su 105, su Spotify, su Google.

Dan: “I’m older and much less friendly to change.” Swearengen: “Change ain’t looking for friends. Change calls the tune we dance to”. (da Deadwood)   PREVIOUSLY, ON MARGINALITÀ  Malik lascia gli One Direction. Oppure viene COSTRETTO a lasciarli? Cosa ha SCOPERTO Zayn? Oppure cosa stava per FARE? Inquadratura sul padre paki 

(the RollingStone Files) Billy Idol – Punk prima di voi

(the RollingStone Files) Billy Idol – Punk prima di voi

(preambolo) (a me onestamente non è mai piaciuto – tranne Eyes without a face. E mi bastava sapere che era su Mtv negli anni 80, e su Virgin Radio negli anni 00, e questo tirava fuori il purista che è in me) (che a dire 

TheClassifica 68 – sMadonnando

TheClassifica 68 – sMadonnando

“Ma il tempo passò. Non era più tanto facile, e lei non si sentiva più così forte.
Sì, i tempi erano duri: si pensava troppo al futuro, e a ciò che avrebbe potuto piacere alla gente.
E poi arrivò quella volta che lei si esibì, e nessuno chiese il bis.
E quando camminò verso la luce, le presentarono il conto. 

Ma lei continuava a sognare di quando ogni volta che si esibiva, tutti ne volevano di più.
Di quando non doveva far altro che entrare nel cono di luce, e la folla avrebbe ruggito”.

(Genesis, Duchess)

Cos’è la musica pop, oggi? Ma proprio oggi, 20 marzo 2015? Oggi, se me lo chiedete
(fatelo, però – se no rimango qui come un insettostecco, o bacillus rossius) 
vi rispondo che la musica pop sono i suoni che devono vestire un’immagine. Uso “suoni” in senso molto ampio, includendo anche certe parole. Per esempio, “bitch”, della quale Rebel heart (n.1 in Italia) è cosparso come se Madama Ciccone ci avesse caricato lo spruzzino per le foglie.

Per motivi anagrafici, ho avuto la mia parte di bambola per Madonna. È stato nella fase tra Express yourself, Justify my love e Vogue. Oltre a popolare i miei primi turbamenti, ha anche occupato una piccola parte dei miei scaffali; penso che Like a prayer sia tuttora un disco ispirato, e prodotto in tempi privi dell’ansia da produzione. All’epoca, i suoni erano ovviamente importanti, lo sono sempre stati – ma potevi permetterti di sbagliarli, e dare lo stesso la sensazione di essere a fuoco (mi viene in mente, dall’album succitato, Till death do us part, bella canzone distrutta da un arrangiamento veteroanni80, a decennio sostanzialmente concluso).
Credo sia questo che rende terribilmente patetico Rebel heart. Nessuna canzone ha alcunché di prezioso, e la cosa è palese nelle ballatone – che la signora scrive con lo stampino dall’inizio degli anni 90 – ma goffamente dissimulata da accessori pacchiani (da Mike Tyson alle tastiere zanzarone) nei pezzi che dovrebbero suonare la carica della sua ennesima riscossa contro le millanta presunte eredi. Ma tra Bitch I’m Madonna e Unapologetic bitch, tra Iconic e Illuminati, è evidente che la Signora non sta più dando la linea. Sta rincorrendo il cono di luce. Doveva succedere.

…Doveva? 

Dal punto di vista dell’immagine, Madonna aveva resistito bene all’attacco di Britney e Christina, sia con la musica (fino a Confessions on the dancefloor, 2005) che con l’immagine, con la famosa esibizione del bacio a stabilire chi fosse la capobranco. La sua strategia non è molto cambiata – lo dimostra lo show del Super Bowl con M.I.A. e Nicky Minaj. Ma quello che è cambiato, è il pop attorno a lei. E il fatto stesso che il disco sia prodotto da un trenino di gente diversa come Diplo, Kanye West, Billboard, Avicii, DJ Dahi & Blood Diamonds, Ryan Tedder, Toby Gad, Ariel Rechtshald e (…visto che era lì) Madonna, dà la misura del fiatone. Non sta più dando la linea, la sta cercando affannosamente. La fragilità strutturale delle canzoni e la pochezza dei testi sarebbe ancora perdonabile
(anche se si accappona il cuore a sentirla indulgere continuamente nel namedropping e nel branddropping, specie quando nomina se stessa, autohype da wannabe e non da regina, tenuta a stare un gradino sopra) 
ma i suoni, mioddio – anzi, Gesù (alias colui che “tratta meglio la sua patata”, nella straziante Holy water, sex song sul cunnilingus con la quale forse voleva per l’ennesima volta scandalizzare il Vaticano).

Ora vi confesserò una cosa. Prima di scrivere questo pezzino ho anche pensato: “Non è che scrivendo della decadenza di Madonna sto facendo una discriminazione? Che con un maschio 57enne peterpanico sarei più indulgente?”

(“Ti chiedi davvero queste cose?” “Sono di una correttezza che nemmeno te la immagini” “Questo perché stai invecchiando a spron battuto” “Il che mi rende piuttosto adatto a fare considerazioni in merito, no?” “Ma con il prevedibile compiacimento di chi vede che Doriana Gray sta senescendo anche lei. Dì la verità, l’aspettavate tutti al varco. Aspettavate la caduta” “No, non è questo. Ora cerco di chiarirlo” “Ah, quand’è così mi metto in poltrona trepidante”)

Non mi interessa se Madonna è maschio o femmina. Nel suo caso è applicabile l’interessante regola di Bob Stanley (nel libro sul pop Yeah, yeah, yeah). Quelli veramente grossi, sono quelli di cui si può dire che c’è stato un prima e un dopo. Prima e dopo Elvis. Prima e dopo i Beatles. Prima e dopo David Bowie. Prima e dopo i Sex Pistols. Prima e dopo Michael Jackson. Prima e dopo Madonna. (ce n’è altri, ma pochi pochi) (sceglieteli voi, così vi immusonite un po’ meno se ho tralasciato qualche vostro santino 😀 ) Il resto, per quanto mi possa e vi possa piacere, non divide la Storia. So benissimo che i Clash sono importanti. Ma a dividere due evi, come Colombo nel 1492, sono i Sex Pistols: i Clash sono i Magellani, toh (…fate i bravi, ora: non trascinatemi in una discussione sui Ramones. Devo parlarvi di Madonna, perdio).

Quindi, le fatiche di Madonna sono un fatto. A renderle più visibili è il suo sforzo di risultare sempre sexy? Ma questo coinvolgerebbe solo la parte iconica. E nemmeno tanto, tra l’altro: in fondo sta facendo fatica anche Lady Gaga. No, si tratta soprattutto di fatiche musicali, se interessano ancora (e ho il sospetto che sì, interessino ancora. Anche se non a noi scanzonati media, sia chiaro).

E tuttavia, la buona notizia, nelle fatiche di Madonna, è che il pop se ne sta affrancando. Poi, lei sicuramente avrà la sua riscossa col tour, con l’attenzione dei magazine e dei social, con le immancabili provocazioni sul palco, tra crocefissi e ammiccamenti sadomaso (nel disco c’è, tanto per cambiare, una pletora di allusioni religiose) e soprattutto con la pioggia di dollari veri riscossi dai fan. Ma credo si possa dire che se il pop attuale, con tutta la sua stupidera, la sta spingendo fuori dal cono di luce, significa che il genere ha personalità, che c’è dell’originalità in giro: magari a noi tardoni non dice molto, e in classifica non sfonda (Ariana Grande è nella top 100 da 26 settimane, per quanto fluttui intorno al n.62) ma sicuramente dice qualcosa a chi non era nato ai tempi del libro Sex. Ed è giusto così, deogratias.

Ilrestodellatoptenmoltoinbreve. Al n.2 scende Jovanotti, al n.3 Il Volo, al n.4 c’è Nek, al n.5 TZN, al n.6 i Dear Jack. Si trattengono più del preventivato in top ten J-Ax (n.7, uscito quasi due mesi fa) e Noel Gallagher (n.10, uscito all’inizio del mese); vi si trattiene più di quanto io possa tollerare Gianna Nannini (n.9). Vi si trattiene, ma con l’aria di chi si aspettava di più, Marco Mengoni (n.8, uscito da 9 settimane). Ne esce, ma al n.11 e con l’aria di chi se ne sta lì acquattato, Ed Sheeran. E persino Marco Masini (n.12) non demorde del tutto. MiticoVasco è al n.13. Eeeh!

Dive sanremiche. Annalisa è al n.17, Malika Ayane al n.18, Nina Zilli al n.24, Chiara Galiazzo al n.25, Bianca Atzei al n.27. Tatanna al n.50. Io direi che qualcosa non ha funzionato.

L’altro disco nuovo. Oltre a quello di Madonna c’era soltanto un altro disco nuovo in tutta la settimana, ed era quello degli Otto Ohm (n.47).

Pinfloi. Un’ondata di pernicioso e sicuramente immotivato ottimismo ha inferto un duro colpo a The dark side of the moon (sceso dal n.59 al n.88), e a The Wall (dal n.78 al n.100); per fortuna The endless river, del quale non mi stancherò mai di tessere gli insulti, sale dal n.25 al n.22; è in alta classifica da 19 settimane – mi chiedo se non lo stia promuovendo Cesare Cadeo durante i film del pomeriggio, chiamate ORA.

Miglior vita. Quattordici album di artisti che hanno raggiunto i Campi Elisi: metà sono di Pino Daniele, ma è confortante veder tornare Whitney Houston e Lucio Dalla e insomma dai, non era neanche giusto che Pino monopolizzasse il mortorio.

(the RollingStone files) I migliori insulti di Elton John

(the RollingStone files) I migliori insulti di Elton John

Vi ricordate quando tutti facevano listone per tirare su clic? Lo so, continuano a farle – e la gente continua a cliccare. Questa potrebbe essere la prima volta che ne metto una su aMargine, ma ammetterete che questa va ripescata ora o mai più. Seguirà, 

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Marginalità. Stagione 1. Pilota.

Cose che non saprei dove altro scrivere. Forse dovrei aprire un blog.

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(the Rolling Stone files) Luca Carboni e tutti gli altri – intervista

(settembre 2013)

Una ragazza per strada vede che sta fumando. Lo ferma, gli chiede se può accendere. Forse alla madre della ragazza basterebbe udire il suo “Ma zèrto”, per sentire qualcosa – una madeleine per l’orecchio. Ma la ragazza pare troppo giovane anche per essere fan del suo ex socio ancora megafamoso, Jovanotti. Così, accesa la sigaretta, lo ringrazia e se ne va. Ecco, è anche per questo che ha senso ricantare le proprie canzoni: per rimetterle in circolo. Per vedere se c’è, sotto i 30 anni, qualche Farfallina che ha bisogno di affetto.
Luca Carboni ha regnato, letteralmente, su oltre un decennio di musica italiana. Lui cantava con la sua impagabile voce da gatto picchiato, e l’Italia bang, giù a pelle di leone. Non è solo questione di dischi venduti, di canzoni che ci ricordiamo. È che a un certo punto la canzone italiana – tutta, anche la CANZONEDAUTORE – si è accodata a lui. Specie dal punto di vista musicale: quel misto di dolceamaro rock melodico, culmine bolognese di una scuola presieduta da Lucio Dalla, mandata avanti dagli Stadio e con i bagni pieni di scritte smargiasse di tale Blasco Rossi, è stato il suono da copiare se si non si voleva morire. Jovanotti lo capì andando in tour con lui. Ed oggi è uno dei tanti venuti a festeggiare i 30 anni di carriera di Carboni e a cantare con lui i suoi pezzi; con lui anche Battiato (improbabilissimo in Silvia lo sai), Samuele Bersani, Biagio Antonacci, Alice, Cesare Cremonini, Elisa, Tiziano Ferro, Miguel Bosé (in una surreale, cattivissima versione di Inno nazionale). C’è anche Fabri Fibra, nel nuovo Fisico e politico. E c’è Ligabue, che gli ha dato direttamente un pezzo nuovo. Ma soprattutto c’è lui.

Ascoltando il disco l’operazione sembra subdola. Nel senso che sentendo i pezzi, intanto si capisce quanto poco necessitino di un refresh musicale. E soprattutto, quanto gli altri abbiano preso da te. Insomma, è come se le coordinate degli ultimi 30 anni di musica italiana le avessi date tu.
Cosa posso dire… Mi fa piacere che lo pensi. Volendo, potrebbe esserci un motivo. Sono l’ultimo cantautore messo sotto contratto dalla RCA, casa discografica che aveva una storia di cantautori. Venditti, Dalla, De Gregori. Poi poco dopo aver messo sotto contratto me, è arrivata l’onda contraria ai cantautori.
I cosiddetti anni 80.
In quel che facevo sono rimasto quasi senza nessuno con cui confrontarmi, perlomeno della mia generazione. C’era Luca Barbarossa, ma ha una storia diversa dalla mia – oppure Enrico Ruggeri che è un po’ più grande e veniva da un percorso anche più anni 70, era stato coi Decibel, a Sanremo… Gli altri, i Raf, Eros Ramazzotti – anche lui compie 30 anni di carriera – facevano una musica molto più pop. L’unico che aveva ancora una visione cantautorale ma la voleva rinnovare ero io. Quindi forse mi sono trovato in quella posizione favorevole per questo.
Tu però puntavi molto sulla musica, rispetto ai cantautori precedenti.
Di sicuro c’era molta voglia di un nuovo linguaggio. Vasco lo ha trovato col rock. Io cercavo di fondere l’amore per il rock e per i cantautori che sentivano i miei fratelli – De Gregori, Guccini. Poi a Bologna era facilissimo sentire il punk che arrivava da Londra, e in città riceveva un’attenzione particolare, dagli Skiantos ai Gaznevada.
Hai sempre dato l’impressione di non tirartela. Era vero o ci marciavi? 
La verità vera è che non mi sono mai pensato star, proprio dall’inizio – non avevo quel sogno. Mi sono trovato a cantare per caso, io volevo fare l’autore, non il cantante. A 18 anni ero in una band ma il cantante era un altro, a me andava bene così. Sono stato convinto a cantare quello che scrivevo da Lucio (Dalla, ndr): mi registrò di nascosto mentre facevo sentire dei pezzi agli Stadio, mi convinse che potevo cantare. Non ho mai lottato per essere al centro dei riflettori, non volevo espormi in prima persona ma solo scrivere cose che mi piacevano. Anche se ho avuto un discreto successo, è stato difficile accettarmi nel ruolo di cantante: io sul palco a cantare non c’ero mai stato, ho dovuto adeguarmi a un ruolo che non era quello che sentivo. Più che non tirarmela, forse sono uno che non sognava di tirarsela.
Ed è per questo che a un certo punto sia tu che i tuoi dischi avete fatto una sorta di passo indietro, rispetto alla megaesposizione precedente?
In parte per questo, in parte è coinciso col diventare padre, col voler sperimentare una dimensione della vita diversa rallentando la dimensione pubblica. Sono successe una serie di cose personali che mi hanno portato a cambiare, senza perdere contatto con la musica.
Tanti anni fa hai detto: “La mia generazione non ha ancora fatto sentire la sua voce confusa, silenziosa, isolata: non ha mai parlato, non ha mai gridato la sua verità. Però ha fatto degli ottimi remix”.
Haha, non me lo ricordavo, mi piace.
Lo si può ancora dire?
Per certi versi è ancora valido. Mi pare che il Presidente del Consiglio attuale sia della nostra generazione, ma penso che si possa dire che spariremo senza aver lasciato nessun documento, nessuna voce (*). Sicuramente dal punto di vista cantautorale… non è stato permesso a nessuno di parlare.
Ma come? Con tutti i dischi che vendevate. Cosa dovrebbero dire quelli venuti dopo?
Eppure non ci è stata lasciata tanta voce. E politicamente siamo stati risucchiati. Forse qualcuno è entrato nella Lega… O in altri movimenti. La gente si è buttata in tutte le formazioni che arrivavano e sembravano la risposta, salvo poi dissolversi.
Sì, ce n’è state parecchie. A sinistra e a destra.
Non siamo come la generazione del 68, che ha lasciato molto… 
Oh, se la sono cantata e suonata parecchio.
Sì, okay, si sono promossi bene… Però la nostra generazione si è esposta proprio poco.
Molte di queste canzoni, da Silvia lo sai a Farfallina a Ci vuole un fisico bestiale sono state canzoni generazionali. Parlavano in modo particolare a chi aveva 16-25 anni negli scorsi decenni. Oggi è il rap, a rivolgersi a quelle persone.
Però il rap potrebbe andare oltre. A me è sempre piaciuto, quando chiamai Lorenzo per fare il tour insieme, ci credevo, che avrebbe funzionato. Anche se poi continuo a vedere che il pop è la cosa che comunica di più in assoluto, e non credo che la cosa cambierà molto. Ma il rap potrebbe avere inni generazionali forti, forse non li ha ancora avuti. Non si è ancora espresso ma il potenziale c’è. Chi fa rap dovrebbe cercare un linguaggio e temi più universali, anche se c’è un limite di mancanza di melodia. È più facile essere universale col pop.
Ultimamente chi stai ascoltando?
Soprattutto italiani. Praticamente tutti. Chiunque esca. Il nuovo di Samuele Bersani è bellissimo, lo hai sentito? Tra gli stranieri, devo dire, in questo momento non ho grandi amori. Sento solo rimodernizzare cose vecchie e fare continui riferimenti al passato.
Confrontandoti con tutti quelli che entrano nel disco, cosa è venuto fuori?
Sai, con Lorenzo, Cremonini, Ferro, Antonacci e Bersani ci sentiamo e vediamo normalmente, con qualcuno anche spesso, diciamo che non è stato un evento trovarsi. Casomai con Elisa e Alice non avevo molta familiarità.
Avete fisicamente cantato assieme?
Tranne Samuele, con cui abbiamo inciso a Bologna nel vecchio studio di Lucio (Dalla), tutti gli altri hanno inciso a Milano, sono venuti apposta, da Alice a Ferro. Elisa no, stava per partorire, ha chiesto di cantare nel suo studio. Ah, e poi Miguel Bosé non poteva. Ha registrato a Madrid. Però ci ha lavorato su un sacco, mi ha mandato un sacco di cori, doppie voci.
Ma come mai Miguel Bosé?
Ci siamo conosciuti quando lui ha tradotto in spagnolo i testi di Mondo.
Non hai mai avuto rigetti verso tue canzoni?
No, io mi diverto sempre a cantare i pezzi del passato, non mi annoio mai. Non ho mai avuto i problemi di Ivano Fossati con certe sue canzoni di una volta. Ogni volta si rinnova il mio rapporto con loro. Anzi, la sfida è raggiungere la stessa forza che avevano quei pezzi quando sono nati. E non mi trovo praticamente mai a stravolgerli. Gli unici cambiamenti di arrangiamento abbastanza sostanziosi li ha avuti Farfallina, che ora è diventata quasi un brano nuovo, nella mia testa.
Alice entra nella canzone come se ci fosse sempre stata.
Sì, sono particolarmente contento di come è venuto il pezzo, e del rapporto che abbiamo avuto. Sono contento di tutto l’album, ma se devo compiacermi di un pezzo in modo particolare…
Però, impressione personale, rispetto a lei ci sono altri, come Elisa o anche Fabri Fibra, che sembra che si prendano il tuo pezzo, lo cantino come fosse loro. E il tutto suona strano. Ma poi, il pezzo con Fabri Fibra, come nasce?
Fisico e politico già nella sua scrittura prevedeva un parlato con una breve linea melodica che quasi poteva sembrare un rap. Però non mi piace il cantante che rappa per finta. Così ho chiamato Fabri perché lui mi piace molto. Seguo abbastanza la scena, poi come ho detto prima, già vent’anni fa io e Lorenzo mescolavamo i generi, per me non è un espediente improvviso.
È buffo, in questo periodo si cerca la contrapposizione tra rap e canzone d’autore. Chi dice che sono cose diverse, chi dice che semplicemente i rapper sono i nuovi cantautori. Mentre tu e Fibra fate un confronto all’insegna del corpo solido dentro un liquido…
Anche un rap è “d’autore”. Alla fine il confine tra le cose è difficile da trovare, e questo vale anche per la musica.
Tra l’altro Fibra tende a cantare più di quanto nel 1992 non facesse Jovanotti.
Sì, all’epoca non si era ancora espresso in modo cantautorale.
Assumiti le tue responsabilità: è diventato cantautore dopo il tour con te.
Diciamo che all’epoca era un terreno che toccava con molto pudore, ma lui ha molto talento a scrivere, e una grande sensibilità, penso che avesse già nelle sue corde la canzone ma aveva timori sulla vocalità. Sai, io con Lorenzo parlo di musica per ore, fino a fare mattina. Di cos’è la musica oggi, di come raccontare, che linguaggio avere, di superare certe barriere, di come rinnovarsi, di come raccontarsi.
Quando voi giravate insieme, Ligabue era quasi un esordiente. La collaborazione con lui come è andata?
Ci siamo trovati in una occasione non particolarmente bella, il concerto per i terremotati emiliani allo stadio di Bologna. Ci siamo visti in camerino e gli ho detto “Sto facendo un disco aperto per festeggiare il mio trentennale”.
Un disco aperto?
Sì, imprevisto, perché è nato nell’accorgersi che erano passati 30 anni dai miei inizi, e aperto, perché gli amici sono entrati e hanno scelto le canzoni. Solo che così non è stato un disco cronologicamente corretto: sono venute fuori tre canzoni dal terzo album, due da quello del ’92 ma è rimasto fuori il primo album che è quello che compirebbe 30 anni adesso.
Potevi obbligare qualcuno. 
Ci ho provato! Ho chiesto a Bersani di cantare Fragole buone buone, ha detto che gli piaceva, ma ci teneva a cantare Gli autobus di notte. Quindi alla fine immagino che il disco contenga i miei momenti più popolari. O quasi. Con una mia certa sorpresa Antonacci e Tiziano Ferro hanno scelto pezzi da Persone silenziose, forse il mio disco meno pop, ma piuttosto amato da chi mi segue. Ferro ha anche parlato di Persone silenziose in un suo libro, di un momento importante della sua vita che è stato accompagnato da quella canzone.
Scusa, ti ho interrotto su Ligabue.
Sì, lui mi aveva confidato una volta che gli piaceva molto un mio pezzo non molto conosciuto, Settembre. Gli ho chiesto se aveva voglia di cantarla. Mi ha detto che ci avrebbe pensato, ma mi ha controproposto di sentire un po’ di suoi pezzi nuovi, diceva che potevano essere adatti a me. E io non avrei mai pensato di interpretare una canzone scritta da altri, è esattamente il contrario di quello che mi aspettavo dalla mia carriera. Però proprio per questo è una cosa abbastanza significativa da mettere in questo album, un pezzo che si chiami C’è sempre una canzone e che sottintenda proprio quello.
I tuoi pezzi giovanili avevano una cifra molto bene identificabile, anche quelli più grintosi come Ci vuole un fisico bestiale. Davi sempre la sensazione di dire: “Sì, sto crescendo ma credetemi, non ci capisco nulla”.
È vero, sì. L’insicurezza, la fragilità. Le nostre domande. Quando li sento mi rivedo per quello che ero e quello che era il mondo allora. Mi sembra di aver raccontato, nel mio piccolo, la verità. Molto spontaneamente e sinceramente.
Sei pentito della frase “Luca si buca ancora”?
Artisticamente no. Era una canzone in cui io parlavo di un dramma che vivevano i miei coetanei, all’epoca l’eroina faceva strage. Poi, ho dovuto fare i conti col fatto che il ragazzo di cui raccontavo si chiamava come me. Cioè, ce n’è di Luca, al mondo, no? E tra l’altro la rima, sai: Luca si buca. Così ancor oggi quando vado dal dottore lui mi dice: “Eh, certo che lei sta bene, se uno pensa al suo passato”. “Quale passato?” “Beh, Luca si buca ancora”.
In 30 anni c’è stata una critica che ti ha fatto incazzare? 
Non più di tanto. In realtà io ho avuto un buon battesimo, Roberto D’Agostino su L’Espresso scrisse un articolo in cui diceva che io avevo trovato il nuovo modo per essere un cantautore. “Un ragazzo 22enne di Bologna illuminato, un nuovo linguaggio che supera la canzone ideologica”. Dipinse Forever come un album geniale, a partire dal titolo pop inglese. All’epoca i giornali erano importanti, e anche se D’Agostino non era ancora strafamoso L’Espresso era parecchio, parecchio importante. Poi, quando ho venduto un milione di copie nel 1987, dato che io ero un bel ragazzo e piacevo alle ragazzine certi giornalisti hanno iniziato a dire che il mio successo non dipendeva da quello che scrivevo. Sminuivano le canzoni rispetto al personaggio che vedevano. Poi, con gli anni, le cose sono cambiate.
Ecco. Basta non essere dei bei ragazzi e piacere meno alle ragazzine, e i giornalisti simpatizzano.
Ah, dici?

(*) Il presidente del Consiglio in questione, ancora per poco, era Letta. Sparito, appunto. A riprova che Luchino ha sempre ragione.

Tutti i flop di Jovanotti

Tutti i flop di Jovanotti

Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Jovanotti, non a lodarlo. Il bene che gli uomini fanno sopravvive loro; il male è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Jovanotti. I nobili recensori – tutti e novecentomila – vi hanno 

(the Rolling Stone Files) Gué Pequeno. In fondo, un bravo ragazzo

(the Rolling Stone Files) Gué Pequeno. In fondo, un bravo ragazzo

(giugno 2013) Avendo espresso pareri piuttosto ruvidi sui Club Dogo, era solo questione di tempo prima che a Rolling Stone, dove da sempre sognano di scrivere un commosso articolo sulla mia prematura dipartita, mi dessero la possibilità di sentire in faccia la replica di qualche 

TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

TheClassifica 67 – Questo impagabile balletto

There’s nothing more deadly
Than slow growing fear
The shallower it grows
The shallower it grows
The fainter we go

Che strano, una delle più grandi hit dance di quest’anno, e nessuno che abbia fatto notare che la gente sta ballando su un testo che pare scritto da Edgar Allan Poe. 

But the shadow it grows
And takes the depth away
Leaving broken down pieces
To this priceless ballet
The clock is ticking its last couple of tocks
And there won’t be a party with the weathering frocks

…O da un cervello in fuga.

We’re sliding without noticing
Our own decline
Heading deeper down
We’re hanging onto
Sweet nothings left behind

Ma non vi preoccupate. Il mio cervello, non va da nessuna parte.

Al n.1, Il Volo. E non solo al n.1, sono anche al n.13 con la Platinum collection e al n.50 e 51 con altri due dischi di quando erano con la Universal. Il disco in testa alla classifica (Sony) è SANREMO GRANDE AMORE. Si tratta di un EP, costa 9 euro e 59 (perlomeno alla Feltrinelli) (chissà perché 59) e contiene sette pezzi, sei dei quali sono evergreen della KERMESSE: tra questi, emblematicamente, L’immensità di Don Backy.
Mi sarebbe piaciuto tantissimo se anche loro ci avessero infilato una intro parlata per spiegare “No, questah è una canzone che, noi Don Bachi l’abbiamo conosciuto da piccolinih, quando siamo andatih a Lihornoh a un suo honscerhoh” proprio come fa la MiticaGianna (n.7). Ma disgraziatamente, no.
Però quel che è conta è che i tenorini – e il baritonino – ce l’abbiano fatta. Finalmente nei comunicati stampa non si leggerà più soltanto che sono stati i primi italiani nella storia a sottoscrivere un contratto con la major americana Geffen (questo perché Benedetto XVI nonostante tutto non è cittadino italiano), gli unici italiani invitati da Quincy Jones a “We Are The World for Haiti” , l’entrata nella Top10 di “Billboard 200”, e le due nomination ai Latin Grammy Awards come “Best new artist” e “Best pop album by a duo or group with vocal” (hanno delle belle categorie del cavolo, i Grammy, sembrano istituite da un ministero Forlani) e numerose collaborazioni con star internazionali (tra cui Barbara Streisand, “di cui sono stati Special Guests duettando in 12 date del suo tour nel 2012”). 

Che ammettiamolo, sono tutte robe un po’ poco cicciose.

Ma ora, ora hanno vinto SANREMO e sono al NUMERO UNO. Perlomeno fino alla prossima classifica, quando saranno spodestati da JOVANOTTI.

(immagini in bianco e nero, ora)

Una volta TheClassifica era tutta campagna. Il lupo era amico dell’agnello, e io paragonavo il n.1 al Presidente del Consiglio (che era sempre Berlusconi, anche quando non lo era).
Tra una settimana, il cambio della guardia tra Jovanotti e Il Volo sarà accolto con toni entusiasti dalla maggior parte degli esponenti dell’ambientino musicale, che di fronte a Il Volo manifestano un imbarazzo palpabile, come se non fossero il trionfo della Sanremità, di una continuità rassicurante ben vista all’estero e buona per l’EXPO. Laddove Lorenzo
(come lo chiamano gli amici)
laddove Jovanotti, dicevo, è il perenne progressismo, la fiducia in un pop cantautorante che continuamente sperimenta e rimescola, e a suo modo anche lui rassicura.

(torniamo a colori adesso)

Pure, se io guardo Il Volo, e poi guardo Matteo Renzi, e poi guardo Jovanotti, e poi riguardo Matteo Renzi, non trovo una discontinuità così forte. Non lo dico per spocchia o stroncatura preventiva, ho sentito poco del disco, lo farò quando entrerà in classifica, e aggiungo che Sabatosabato è un pezzo grandioso, tra i dieci migliori che abbia mai scritto. Mi riferisco a tutt’altro: a come il Paese si percepisce, alla sua propensione a vendersi di volta in volta come il nuovissimo che spregiudicatamente sperimenta e come il vecchissimo che spregiudicatamente pragmatizza. I risultati sono comunque inoppugnabili. È il migliore dei tempi, è il peggiore dei tempi. 

Ricade al n.2 TZN, con i Dear Jack al n.3. La top ten è  tutta piuttosto giovane, va detto, e tutta italiana eccezion fatta per gli Imagine Dragons al n.6. Ne fanno parte oltre ai già citati, anche J-Ax, Annalisa, Malika Ayane, Nesli.

Escono dalla prima diecina. Marco Masini (n.11) e la raccolta dei Modà, quanteverIddio (n.14). Devo dare atto di una lieve impennata a Chiara Galiazzo (dal n.34 al n.16) e una ancora più lieve per Tatanna Tatangelo (dal n.26 al 19); entra bassissimo il povero Moreno (n.18). Molto altro da dire non c’è. Toh, volendo, c’è Giovanni Caccamo che sale dal n.55 al 29.

Migliorvita. Tredici dischi su cento appartengono ad artisti che suonano nella Grande Orchestra nel Cielo; undici sono di Pino Daniele, che ha okkupato il nostro camposanto a scapito dei cari estinti di routine (Pinone ha cannibalizzato il nostro lutto musicale, estromettendo dalla classifica Lucio Dalla o Fabrizio De André) (a ‘sto giro manca persino Johnny Cash, la cui data di nascita italiana è il 12 settembre 2003) (mi chiedo in quale altro Paese al mondo venda così tanto) 

(“Sai che mi manca un po’ il momento Lana Del Rey?” “Lo so, anche a me” “Non è stato sostituito da un altro disco che conduce un’esistenza assolutamente inspiegabile? Come era stato anche per My life in the bush of the ghost di David Byrne e Braianìno?” “Nulla di simile. Seguo con simpatia Tempo reale di Francesco Renga, che tra due settimane farà un anno esatto in classifica” “Beh, non è la stessa cosa” “E sta pure per uscire di classifica Stromae, dopo 54 settimane” “Chi è la nonna della top 100?” “Signor Brainwash di Fedez, 103 settimane” “Fischia” “Però non avremo più niente come le gesta di Lana Del Rey”. “Va beh, dammi almeno i Pink Floyd” “Ci mancherebbe”)

Pinfloi. The endless river scorre dolcemente verso il basso ma rimane ancora clamorosamente in alto (n.25, uscito 18 settimane fa); è difficile avere performance simili per dischi sostanzialmente strumentali – lo stesso Giovanni Allevi, scende al n.22 (e spiace, eh). L’anticipo di primavera della settimana scorsa spinge in alto The dark side of the moon, dal n.99 al n.64, ma anche The wall sale dal n.84 al n.77. A quanto pare, complessivamente è un buon momento sia per una quieta disperazione, sia per diventare piacevolmente insensibili.