Mese: Febbraio 2015

(the Rolling Stone files) Elio vs Frank Zappa

(the Rolling Stone files) Elio vs Frank Zappa

Una delle figure più iconiche del rock, guardato con deferenza e rispetto, esteso ai musicisti che hanno suonato con lui. Ma a vent’anni dalla sua scomparsa, viene da dire che è più popolare lui che la sua musica. Le radio si guardano bene dal suonare 

TheClassifica 66 – Maria Elena Boschi

TheClassifica 66 – Maria Elena Boschi

They had the best selection, They were poisoned with protection “Però ora basta parlare di Sanremo” “Ma ancora Sanremo? Basta” “Chi è morto oggi?” Lo so. Già lunedì scorso ho cominciato a vedere tweet perentori come quelli sopra. Però scrivere di Sanremo è ineluttabile, se 

(The RollingStone Files) Gianni Morandi vs Led Zeppelin

(The RollingStone Files) Gianni Morandi vs Led Zeppelin

“Ma io che cazzo c’entro con Rolling Stone?” ride Gianni Morandi. Non gli rispondo coi Beatles e i Rolling Stones, Lady Jane e Ticket to ride – sarebbe troppo facile. Gli faccio un altro nome. Led Zeppelin. “Uh! 5 luglio 1971”. Wow, che memoria. “Eh, me la ricordo bene, quella sera…”. 
A quanto ne so, il 5 luglio 1971 il Cantagiro era una roba già fuori tempo massimo, era un residuo di boom economico negli anni della contestazione, no?
Decisamente. Ma in alcune zone d’Italia funzionava ancora bene, portava i cantanti al pubblico. Nelle grandi città era un’altra faccenda. Ma quel matto di Radaelli, patron del Cantagiro, pensava in grandissimo. E aveva deciso di avere grandi ospiti internazionali. In altre città c’erano stati Sam & Dave, Ike & Tina Turner, Donovan. E per la data del Vigorelli di Milano, i Led Zeppelin. Che cazzo c’entravano? Sta di fatto che tre giorni prima dello spettacolo c’erano già ragazzi che dormivano coi sacchi a pelo davanti al velodromo. Io ero perplesso, cercai di informarmi un po’ in giro grazie anche al fatto che all’epoca ero iscritto al PCI, avevo amicizie a cui chiedere cosa poteva succedere – perché si nasava che ci sarebbe stata contestazione. Già davanti ai locali dove andavo a cantare io da un po’ di tempo si vedeva gente che veniva solo per gridare “Ladri, il biglietto è caro – gli operai…”. Partivano le prime uova. Così nei giorni prima io ero un po’ preoccupato.
A cosa pensavi?
Soprattutto: “Ma che cavolo canto quella sera lì? C’era un ragazzo che amava i Beatles e Rolling Stones? Prima dei LED ZEPPELIN??? Ma no, non passa. Comunque arrivo lì e trovo Milva, i Vianella, Lucio (Dalla, ndr) che aveva fatto Sanremo pochi mesi prima, quindi in quel momento era assimilato alle canzonette… E i Led Zeppelin. Quando tocca a me, vengo annunciato: “E ora, Gianni Morandi!”. Sento un boato fragoroso. Radaelli mi fa: “Vedi? E dire che avevi paura”. Solo che una volta sul palco capisco che il boato era al contrario. C’erano un sacco di ragazzi a torso nudo che mi gridavano “Vai a casa!”. E non ti dico cosa gridavano a Milva e a Dalla. Le altre date ci eravamo salvati, eravamo in provincia, e poi Sam & Dave o Donovan erano tutto sommato riconducibili alla canzone italiana dell’epoca. Ma i Led Zeppelin! Finì male. C’era troppa gente, tutti volevano entrare, tanti volevano entrare gratis. La polizia usò i lacrimogeni. La gente sfasciò il palco. E quasi distrusse il velodromo, danni per 40 milioni di lire dell’epoca, quanti soldi saranno oggi? Forse poco sotto il milione di euro.
E dire che all’epoca Joan Baez cantava il tuo pezzo. Ti sei mai sentito snobbato?
No, io cerco di essere onesto con la mia carriera. E so che dal ’62 al ’71 quello che ha funzionato è stato il personaggio, più che il cantante Morandi. Anche se le canzoni avevano un grande successo. Anzi, forse vendevano anche troppo facilmente. In compenso se finivo sui giornali era per cose che non riguardavano la musica: la famiglia, la moglie, i bambini. E poi io ho legato molto con un mondo che poi è stato cancellato: i musicarelli al cinema, Canzonissima. Era un mondo in cui non venivi giudicato realmente come cantante. Penso che chiunque seguisse davvero la musica all’epoca potesse vedere che ero un ragazzo guidato per mano da Morricone, Migliacci, Zambrini, Bacalov: mi dicevano “Canta questa canzone” – e io cantavo. Poi ci sono stati gli anni 70, che per me sono stati complicati, si sa. E certe scelte oggi sembrano un po’ goffe, come Lo prendi papà. Che però vendette parecchio e si ricorda ancor oggi, quindi evidentemente non fu questo suicidio professionale, anzi.
Ma sicuramente poi c’è stata la rimonta: sei stato quell’uno su mille che ce la fa.
Credo che dal 1981 sia cambiato anche il giornalismo, iniziarono a valutarmi come un cantante pop – magari un po’ vintage, ma ancora in grado di raggiungere il pubblico. Io tra l’altro avevo fatto anche sette anni di conservatorio, un po’ mi è servito, ho imparato a usare meglio la voce, a porgere meglio il testo. A quel punto io stesso ero passato da testi scritti molto rapidamente, subordinati alla musica, alla consapevolezza che le parole di una canzone sono importantissime. Se il testo è sbagliato, il pubblico non fa sua la canzone. Mi viene da dire che da quel momento in poi sono stato addirittura sopravvalutato. Sono stato… (annuisce, guarda altrove) fortunato.
Gianni, non buttarti giù. Evidentemente quelli con la voce perfetta non avevano la tua comunicativa, la tua capacità di rivolgersi al pubblico. Però quando hai annunciato i tuoi concerti all’Arena hai detto una cosa: “Torno a fare il mio mestiere”.
Sì, sono sette anni che non incido un album di inediti. Ho presentato due edizioni di Sanremo, girato un film, fatto teatro, parecchia tv…
Ecco, appunto. Pensi che aver fatto così a lungo il personaggio televisivo abbia tolto qualcosa al peso che ti viene attribuito nella canzone italiana?
Non so, io credo che fare televisione, come fare tutto quanto, mi abbia arricchito professionalmente e personalmente. Ho sempre vissuto ogni cosa come un’occasione per imparare. Perché la verità è che quando sono partito avevo 17 anni ed ero un dilettante allo sbaraglio. Sì, è vero che c’è tutta una generazione di ragazzi che mi conosce come presentatore, e non sa che andavo benino in classifica. Però anche come presentatore, e dai e dai, penso di aver imparato qualcosa.

(dal Corriere della Sera)

Tu hai lavorato con gente diversissima, da Elio & le Storie Tese a J-Ax, da Lucio Dalla a Tozzi e Ruggeri nel Trio. E per due anni hai valutato le canzoni da portare a Sanremo. Che impressione hai avuto della musica italiana che c’è in giro?
Sai, molti hanno detto che non abbiamo lavorato in buona fede, siamo stati criticatissimi. È molto difficile fare scelte, accontentare tutti. Posso dire che non mi sembra affatto che la musica italiana sia spenta. Insieme a quella inglese e brasiliana abbiamo sempre avuto una nostra originalità… I francesi invece detto tra noi mi sono sempre piaciuti molto meno, penso abbiano dato più alla musica classica. Noi invece siamo la patria del melodramma, abbiamo sempre avuto in mente la canzone. Poi, per forza sta prendendo molte influenze esterne, a partire dall’hip hop. Perché alla fine, quando un coreano su YouTube fa un miliardo di visualizzazioni, è ovvio che troverai la sua influenza in qualche canzone italiana. Oggi tutto si mischia. Però la musica italiana ha una sua forza. Specie se non imita inglesi e americani. Ci sono belle cose in giro, Negramaro, Bersani, Cremonini, Tiziano Ferro, Jovanotti…
Ma loro sono cantautori. Gli autori, come li trovi?
Ma i cantautori sono autori anche loro. E per me hanno scritto Cocciante, De Gregori, Dalla, Battiato che ha scritto per me Che cosa resterà di me: “Io sono nato in Emilia figlio di un pensiero rosso e partigiano”… Quelle parole le ha messe specificamente per me. Io non sono un autore. Cosa che da una parte è un dispiacere: ho firmato 40-50 pezzi – i peggiori del mio repertorio! Ma i giovani autori credo ci siano: magari se ne parla poco perché oggi tutti cercano di cantare i propri pezzi. Io da qualche tempo ho invitato i giovani a mandarmi pezzi su Facebook, naturalmente mi è arrivato di tutto… E ci sono cose davvero notevoli, che penso di incidere nel disco che sto facendo. E un po’ credo di intendermene, io ho cantato l’80% degli autori italiani. Forse anche il 90%. Migliacci, Zambrini, Mogol, Morricone, Bacalov, gente che ha vinto premi Oscar. In tutto, più o meno sono seicento canzoni. Sai com’è.
Una o due buone, le avrai pure cantate.
Eh, infatti, doveva capitare… Anche perché con così tanti pezzi e tanti anni e tanti autori, è inevitabile che io mi sia ritrovato a spaziare su parecchi generi. Fatti mandare dalla mamma è una fotografia di un’epoca. C’era un ragazzo, è di pochi anni dopo, ma apre un’altra epoca. Bella signora, di Malavasi, un’altra ancora. Come tutti i pezzi cantati con Dalla. Come Stringimi le mani di Pacifico. E anche le cover, spesso erano d’autore: Neil Diamond – Accendilo tu questo sole che è spento. I Turtles di Scende la pioggia. Poi magari qualcuno dice Morandi è antico, vecchio. Ma allora rappresentavamo qualcosa di molto nuovo, io e Rita Pavone, io nel giugno e lei nel settembre 1962 con La partita di pallone. Con i nostri 45 giri ci hanno costruito la RCA.
Sai che la giuria di Rolling Stone ha messo un tuo album tra i più importanti album della storia della musica italiana.
Davvero?
Gianni Morandi, del 1963. È al n.75
Ah, il primo: Andavo a cento all’ora, Fatti mandare dalla mamma, Go kart twist, scritta da Ennio Morricone. C’è da dire che io non l’ho mai concepito come album. Anche se è vero che era la raccolta di quello che io ero in quel periodo: all’epoca si facevano i 45 giri, poi quando ce n’erano abbastanza, li si metteva tutti assieme. Però mi ricordo quando me lo sono trovato davanti. Un giorno Ettore Zeppegno mi disse: “Vieni alla RCA che abbiamo una sorpresa per te”. Mah, chissà cosa poteva essere. Arrivai e mi dissero: “Questo è il 33 giri!”. In copertina c’era una foto che io avevo fatto davanti alla RCA su un caterpillar o una ruspa che stava realizzando il Raccordo Anulare a Roma. La strada passava lì ma non era ancora completo. Costarelli ci disse “Pijamo ’a machina, famo un giro, poi vediamo”…Il fotografo, Cortini mi sembra, mi disse “Boh, mettiti lì, magari viene bene…” Mi misi sul caterpillar un po’ storto, e quella fu la copertina. L’artwork si faceva alla svelta! Ma quella foto, a ripensarci, è il segno di un’epoca anche lei.

Colpa dei vekkiminkia, o è tutto un sano COMPLOTTO?

Colpa dei vekkiminkia, o è tutto un sano COMPLOTTO?

Decidiamoci: o sono dei rimbambiti, lobotomizzati da Don Matteo, o sono dei diabolici geek capaci di televotare a raffica.

Il Sanremopardo

Il Sanremopardo

Non esiste un buon Festival. Esistono solo Festival che fanno il loro dovere. E altri che no.

La torrenziale chiacchierata con Marracash

La torrenziale chiacchierata con Marracash

Parto dalla prima cosa che ho pensato sentendo il disco. Hai messo gli Oasis in un brano hip hop, per i fan sarà lesa maestà.
Ma io adoro il rock. Sono un ex metallaro.
Qualcuno dirà “Ah, bel metallaro, si è venduto all’hip hop”.
Mi spiace ma a me pare che il metal sia morto, non vedo nuovi Metallica o Motorhead. Io se penso al metal ricordo cavalcate strumentali, sette minuti seguite dalla parte acustica, è quello il bello della nicchia, anche il metal scardinava il rock da hit single. E se l’hip-hop va anche lui verso quella roba lì invece che scardinarla, si snatura. Io ad esempio Macklemore non lo riconosco come hip-hop. È come il Black Album per i Metallica, qualcosa che i rocker non riconoscono come rock.
Da ex rocker, sai spiegare perché il rocker sclera davanti al rapper? 
Perché non vede nel materialismo la ribellione che cerca. Il materialismo è alla base dell’hip hop. Che in Italia diventa papponismo, la roba italiana trash. Io ero povero, venivo da un contesto iperpopolare e una famiglia di operai e ne facevo la mia forza. Io ti rispetto se hai fatto i soldi col lavoro. Nel disco un pezzo parla di materialismo, e dice: vorrei poterti dire che faccio una vita di merda ma non è così, la realtà è che io e quelli come me hanno preso una bella casa, hanno le fighe, vanno a Londra e ci stanno tre mesi. Ma dopo 28 anni senza avere niente, non mi vergogno se grazie al lavoro ce l’ho fatta.
Mentre il fan del rock ha bisogno di credere che non sia così.
Ha un po’ bisogno di farsi prendere per il culo, perché sono tutti griffati. Jovanotti è attento alla moda, ha la ragazza che ci lavora, ma non lo dirà mai. Perché non è in quell’estetica. Non dice che ha la casa a New York, perché la gente apre la polemica.
Ma non c’è una via di mezzo tra il vantarsi e il fingersi disinteressati ai beni materiali? E il dire ai fan: non c’è niente di male, non pensate a questo?
Io dico di sì. Ognuno di noi quando si compra qualcosa vuole farlo vedere alla fidanzata o agli amici, le donne sanno come è bello avere una borsa nuova e noi sappiamo come ci si sente su un’auto nuova. Certo, se le tue canzoni vertono solo su quello, che hai il Rolex eccetera, che palle. Ma è un’ipocrisia anche se fai il depresso e vai a ritirare un premio vestito di mmerda. Io non capisco questa cosa italiana, che non esiste lo star system. Tant’è che in Italia il gossip non è sugli artisti, è su gente che nessuno sa cosa fa, non è su Laura Pausini o Giuliano dei Negramaro.
Cosa c’è nel disco?
Parto da cosa non ho messo: qualcosa che in realtà ho contribuito a creare. Sono stato tra i primi, con Fabri Fibra, a giocare la carta dell’ironia pungente con Stupido, che poi si è diffusa – ma ora non la trovo più così divertente. L’hip hop, proprio come questo Paese, è capace solo di due cose: uniformarsi, o distaccarsi con battute simpatiche sulla situazione, con la satira.
E tu non ce l’hai, una gran voglia di ridere?
Mi ha scocciato questa attitudine italiana, il ridere delle cose, l’ironia di comodo che testimonia una spartizione: da un lato tronisti di varia natura, tronisti dello spettacolo, della politica, della cultura, del giornalismo. Dall’altra, opinionisti su Twitter. Io mi sono rotto, non voglio fare battute. Nessuno riesce a prendersi sul serio. E quindi a prenderci sul serio.
Una delle nuove rime è “Sono affamato, datemi un’altra fetta di mercato”. E in effetti sarebbe anche ora che l’hip-hop non fosse il genere dei 16enni.
Magari fossero 16enni! Io vedo sempre più 12enni. L’hip hop italiano è a tanto così dal trasformarsi nella versione 2.0 dei Finley. Il pubblico è così giovane che spesso non ha gli strumenti per capire.
Perché ai 30enni non piace?
Il 30enne non ha tanta voglia di sentire pezzi che “parlano della vita”. Non gli puoi andare a parlare della vita attraverso la musica, non gli interessa, vuole ballare o rilassarsi, quindi ascolta cose in cui il testo non è particolarmente importante. Per questo la dance attecchisce più tra i grandi.
Quindi, non arrivando a un pubblico adulto, non è vera questa cosa che siete i nuovi cantautori.
Ci paragonano ai cantautori ma siamo più vicini alla poesia, a Dante, perchè il nostro campo è la metrica. Se tu non hai la metrica non sei un rapper, sei Jovanotti. Che usa il mezzo del rap ogni tanto perché non sa cantare bene, usa il rap perché è comunicazione, come Macklemore, che per me è i new Black Eyed Peas. Se non c’è attitudine e non c’è metrica, tecnicamente non sussiste il rap.
Non siamo a Spit, ma sento chiudersi la gabbia. Cioè, se il rap DEVE fare così, DEVE avere canoni precisi invece che espandersi… Eppure è nato basandosi sulla disco music degli Chic con la Sugarhill Gang. Cioè, è nato in campo altrui, prendendo a prestito regole che già c’erano, rompendole.
Il rap è sempre un frullatore di altre cose, nasce dal campionamento. Eminem ha fatto una rivoluzione, è stato il primo a lasciar perdere funky e soul, ha campionato roba bianca e diversa… Ma va avanti. Escono continuamente cose che portano linfa vitale. Drake parla di sentimenti, anni fa a uno come lui gli sparavano. Kanye West è una rivoluzione, a livello testuale e musicale ha rivoluzionato tutto ma nessuno si sognerebbe di dire che non è hip-hop. Lui può fare una canzone perché è dentro questa cosa, così come Eminem può fare robe pop ma è talmente dentro quella roba lì perché ha la tecnica dalla sua.
L’ultimo di Eminem è piaciuto alla critica, ma al pubblico italiano non è piaciuto granché. Questo secondo te cosa significa?
Che gli italiani non sanno l’inglese, anche se imitano l’America. Per me la serie Boris è l’Italia, puoi applicare quella roba alla discografia, alla grafica, al giornalismo, alla tv, alla politica. Cialtronismo a massimi livelli e ignoranza.
Cosa vuoi dire quando dici che l’Italia è passata da Saviano a Savino?
Come nel rating, abbiamo perso una A, quindi passiamo da uno che prende sul serio ciò che fa – e viene accusato di aver fatto i soldi – a un adorabile paraculo. È un sintomo. Corona e Belen sono legittimati, lui no. Invece è il contrario, i ragazzi sarebbe meglio se volessero fare i soldi diventando Saviano invece che Corona.
Però l’hip-hop si è affermato coi pezzi tronfi del tipo che entra nel club e si fa la tua tipa e tu zitto. Lo hanno fatto tutti, anche tu nel King del rap.
Haha, lo so, l’hip-hop medio ha come messaggio che lui fa i soldi e tu sei un coglione.
E le hai fatte anche tu.
Come no!
Sono anche divertenti, chi più chi meno – però alla lunga non portano alla mentalità che dicevamo?
King del rap per me contiene trovate lessicali, metriche e di punch-line che io senza fare il modesto trovo geniali, come se avessi fatto alcuni dei migliori assoli in circolazione. Un conto è fare questa roba senza effort, senza ispirazione. Sento spesso questa roba fatta a livello basic senza trovate né originalità. La punchline ha un sottostrato culturale interessante, anche in una cazzata c’è un riferimento culturale.
Ma non sto discutendo il livello. Il problema secondo me è come in Spit, è stata creata una gabbia, e tu puoi individuare il più bravo a muoversi nella gabbia. Che però gabbia resta.
Hai ragione ma è anche vero che io ho fatto anche roba sperimentale che è stata poco cagata a livello culturale; non c’era la componente autocelebrativa e c’erano Bloody Beetroots e Crookers prima che l’elettronica diventasse fighissima. Ho fatto un pezzo come In radio proprio per questo motivo, perché noi siamo quello che siamo, ma c’è un concorso di colpa dei media. Se io faccio il pezzo più ballad vado su Radio Italia, ma se non è vagamente dance Linus non lo passa. E Linus lo devo ringraziare perché si è accorto delle rime di Badabum cha cha, altrimenti sarebbe rimasto un tormentone. Così alla fine quello che si è cercato di fare nel rap è stato cercare la via più facile, ha aiutato a farsi notare anche Fibra, un po’ più dance, alle radio faceva comodo, era più vendibile. Io nel secondo disco avevo Giusy Ferreri, volevo andare in radio a tutti i costi. Però credo sia un mio pezzo, col featuring di Giusy che la gente sa chi è e da dove viene. Però così facendo siamo tutti dovuti andare verso il pop, come i Dogo con Antonacci, Fibra con la Nannini. Questo ha generato il mostro che è oggi l’hip-hop italiano, che ora come ora è proprio tronismo. Molti di noi, anni fa avrebbero fatto i tronisti, oggi al posto loro in discoteca chiamano noi. Abbiamo successo, siamo pieni di figa e di…
Sei pieno di figa? 
Ehm, onestamente non mi lamento, anche se non riempio i tabloid come altri. Perderei quella credibilità. Io nei dischi poi critico questa cosa e se finissi a scoparmi queste tipe di cui non ho rispetto… La roba della tipa figona, prima o poi ci passi se fai questo lavoro. Hai sempre l’illusione: “Questa è una zoccola ma con me sarà diversa. Se sei bravo dura tre mesi. Conosco artisti che ci cascano.
Conosco giornalisti che ci cascano.
E non mi piace il metodo italiano di mettere il sesso su un piedistallo, di farlo diventare così importante perché alla fine l’italiano è sempre Lino Banfi, il becero che non riesce a scopare e quando vede una figa fa “Uuh, uuh!” – perché all’estero la gente scopa normalmente senza menarsela troppo, mentre qui, non so perché, forse perché c’è il Vaticano, diventa parametro di tutto. Allora ci sono donne che riescono a ottenere lavoro e visibilità tramite il sesso. L’altro giorno ho visto su YouTube un servizio sulla modella di Blurred Lines. I commenti degli stranieri sono sulla tecnica del fotografo, la location – quelli degli italiani sono tutti “Minchiacheffiga”.
Forse lo pensano anche gli stranieri, ma l’italiano ci tiene, a commentare minchiacheffiga.
Guarda, io in questo periodo ho un certo rigetto per il nostro Paese. Mi incazzo. Lo odio perché lo amo.
Cosa hai messo di questo, nel disco?
Tanto ma un po’ ho anche paura di risultare frustrato, di fare quello che si lamenta.
Beh, ma sarebbe coerente: tutti ci lamentiamo.
Sì ma a livello di bar, o di tweet. Se lo fai in musica sembri un palloso rompicoglioni. Oltretutto io lo sconterei di più perché ho fatto spesso il simpatico, essendo un lato della mia personalità. Non sono hardcore a tutti i costi. Forse anche questo può confondere. Diciamo che ho fatto un disco che confondesse di meno.
Ma parlando di simpatia: non trovo uno con cui tu non abbia collaborato. A parte Caparezza, ovviamente. Tu sei il grande crocevia dell’hip-hop, si va da Salmo a J-Ax, da Co’ Sang a Club Dogo. Questo crea una distorsione, dà un argomento a chi dice “é tutto uguale” perché vede anche una scena che sembra compatta.
Ci sono molti nei media che usano l’hip-hop come ariete contro la musica italiana, ma esclusivamente per fare sensazione. Al giornalista piace dire “Che figata, l’hip hop italiano va bene in classifica, tutti entrano al n.1”, e mette assieme Salmo e Moreno, Fedez e Marracash. A nessuno salta in mente di fare un discorso simile col rock. C’è un po’ più di know how, è chiaro che nessuno mette insieme Manuel Agnelli coi Sonohra.
No, però se stai fuori dal mainstream, puoi dire che Ligabue è uguale a Fedez. Dipende dal campo che scegli. E non è del tutto sbagliato accomunarli, perché sono rilevanti tutti e due.
Fedez? Per te è rilevante? Io lo accomuno al primo disco degli 883, che comunque anch’io ascoltavo molto da ragazzino. Ha quell’impatto lì.
Che in ogni caso è un impatto. Lo vedo, che sta chiaramente mirando al mondo teen – ma penso sia furbo, quindi è un passo avanti rispetto ad altri che mirano lì. Lui stesso mi ha detto che non si aspetta che nessuno sopra i 20 anni lo ascolti, e non posso non dargli atto che tra quelli che parlano ai teenager, è quello che cerca di far passare più robe. Poi la credibilità a me non interessa.
No? (ride)
A me interessa come e perché uno piace al pubblico. Voglio sapere quanto mi devo preoccupare.
Mah, in questo Paese la credibilità c’è solo nella ristorazione, come dicono in Boris.
C’è gente dell’ambiente che sospirerebbe a queste parole.
Ma sì, dai, la verità è che in questo paese puoi fare quello che vuoi e poi ti si perdona tutto. Puoi scoparti chi vuoi, puoi contraddirti. Puoi prendere una base già usata sei mesi fa da un altro. Per dire, il tuo amico Fedez…
Ecco, l’espressione “il mio amico Fedez” non prelude a nulla di buono.
No, dai, sto scherzando – però sono cose importanti. Dire che Fedez, perché non fa il duro, è nuovo rispetto a Gué Pequeno non è sufficiente. È come dire che i Modà sono rock – però in Italia lo sono, i rocker che non fanno più i duri.
Ma dimmi che il Rolling Stone americano non avrebbe messo Fedez in copertina. Hanno messo Miley Cyrus. E su Katy Perry hanno fatto un pezzo bellissimo, che ti fa capire bene il fenomeno e il personaggio, però se lo facessimo noi in Italia metà dei nostri lettori partirebbe coi Nonvicompropiù.
L’interesse per i rapper è arrivato adesso dopo anni e anni dopo il periodo in cui il rap era veramente interessante, dopo dischi usciti in un momento in cui c’era veramente qualcosa da dire. Come ho detto prima, questa cosa che tu trovi interessante, quella di mischiare il rap col pop, è una cosa che noi tentiamo di fare dall’inizio. Gianna Nannini + il rapper: era già stato fatto. Una, due, tre volte. Questo in un momento in cui i dischi indie in Italia sono tipo quello dei Cani. La tendenza all’estero è opposta: Drake che è il più grande in assoluto ha un disco veramente difficile oltre ad avere un gusto che ci sogniamo. Quasi underground, tutto triste, tutto lento. Lo vedi in Drake, in Kendrick Lamar; mentre contaminare il rap mettendoci la cassa delle patatine all’italiana, il mixaggio con voce altissima featuring pop riciclato per me è una roba vecchissima, non trovo che artisticamente sia rilevante. Sono d’accordo che meriti la copertina come fenomeno. Doppio platino da esordiente, ci mancherebbe. Diciamo che Moreno mi fa più male rispetto a Fedez.
Fedez sembra spalleggiare Grillo. Anche tu avevi aderito al live del Movimento 5 Stelle.
Non lo rifarei. Sono uno di quelli che ci ha creduto ma poi mi sono informato e ci ho trovato del marcio. C’era molta gente che ci voleva credere tantissimo, era il cambiamento epocale che tutti volevamo così tanto da non approfondire abbastanza. Ma è fuffa.
E quindi?
Siamo alla bancarotta. La classe dirigente ha rinunciato a salvare questo Paese. Se lo sono venduto. Anche se noi non vogliamo rendercene conto. Quando sarà finito il credito che godiamo per Pavarotti, pizza e Lamborghini, la gente e i capitali se ne andranno: per il mondo non stiamo producendo niente che valga. Siamo la Grecia, l’Albania.
Dai, dì che hai fiducia nella gente.
Non molta. La maggioranza passa il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle. È una parodia della democrazia: il mondo dei social network incita alla bassezza. Non possiamo più far finta che la massa della gente non sia stupida.
Hahaha, non l’avevo mai sentito dire con tanta naturalezza.
Una volta potevi guardare altrove, ma i social network ti stanno tirando addosso tutta la stupidità. Non voglio essere anacronistico. Ma guarda i commenti che riguardano i musicisti: il pubblico la pensa come Simona Ventura, se il tale ha venduto 50 milioni di dischi, vale. È la logica di Corona, se faccio i soldi ho ragione, se ti lamenti stai rosicando. L’Italia ha un problema proprio in questo, tutti si sono convinti che Berlusconi arrivava alla gente quindi aveva ragione. È facile fregare la gente. Fabri Fibra con Guerra e pace ha cercato di fare un disco concettuale, ma per arrivare al pubblico oggi non puoi più puntare sul pezzo, devi passare dai media mettendoti una carota in culo. Alla fine Gué Pequeno è stato un genio, ha fatto il disco hip hop di quest’anno ma si è inventato la cosa della Minetti: farà il disco di platino, e lo farà anche per quello. La prima volta che ho letto un’intervista sensata a un rapper è stata la tua a Gué Pequeno, perché per quanto controverso lui sia, c’erano delle cose che tutti avrebbero voluto chiedergli e lui controbatteva e tirava fuori qualcosa.
Ti ringrazio per la sviolinata che ovviamente porto a casa. Ma non funziona solo così. Siamo diventati ipersensibili ai giudizi.
Certo, viviamo per il giudizio degli altri.
Ma questo significa anche rischiare di meno in un’intervista, in un articolo. Io stesso le prime volte che la gente scriveva al giornale insultandomi, notavo più gli insulti dei complimenti. Questa cosa tocca persino Ligabue o Vasco che vendono un milione di copie, sclerano per i dieci che li criticano. Ecco, una cosa interessante dei Cani è che sembra tenere conto già dell’atteggiamento della comunità giudicante. È un passo più avanti perché lui stesso è di quella pasta lì, è più veloce nel trovare il proprio possibile punto debole rispetto a quelli che vivono per trovare punti deboli. E questa cosa, questo clima di processo e autoprocesso permanente, in Italia c’è stato negli anni 70, sto pensando a L’avvelenata di Guccini, a Gaber, a De André. E nel rap sta tornando fuori.
Nella critica però non c’è. Noi possiamo anche accettare il vaffanculo però dovete dire anche, ogni tanto, questo pezzo è artisticamente interessante, cosa che non vedo in nessuno. Io penso di saper scrivere testi come pochi in Italia in questo momento, ma la verità è che vengo valutato o sulle cazzate, o su quanto venderò. E se anche l’hip-hop ha contribuito a creare questa cosa, la critica dovrebbe superarlo. E capire che ho un profilo diverso da Moreno o Fedez.
Ma tu dai peso ai critici?
Più che le testate, seguo delle persone. Mi piace questo tipo, Quitthedoner, conosci? Non nasce come critico, faceva articoli d’inchiesta. E anche PopTopoi, è uno che seguo. Ha l’aria di uno che nasce come fan più che come critico, si vede che è un entusiasta – ma ha uno sguardo più largo rispetto a tutti gli altri blogger. Tanto comunque, sui giornali mi pare che manchi una critica formata, magari sul rock c’è di più, sul rap non c’è, tranne Michele Wad Caporosso che scrive con alti e bassi, ma non c’è qualcuno che veramente commenta e intervista e parla di hip hop col giusto know how.
Non guardare me, io certo non ce l’ho e non lo voglio avere, a me il know how e i generi non interessano.
Ma se tu lasci tutto alla gente, la gente finisce per parlare di Gue che scopa la Minetti, perché si arriva a “La Minetti però se la vorrebbero scopare tutti”. Se la critica non sa fare il suo mestiere, Fabri Fibra per arrivare non deve fare il pezzo deve passare dai media facendo il twerking come Miley Cyrus. Sto seguendo X Factor, non da molto: negli anni della Rai non lo seguivo. Beh, quello che vedo è che quando lasci decidere al pubblico fa cagate, non fa passare quelli più bravi, e questo perché i giudici non fanno i giudici, come i critici non fanno i critici, ci si basa sui like. Però è facile fregare la gente. Non puoi lasciar criticare ai social. Ci vuole un contraltare secondo me. Ci vorrebbe un’analisi ancora più indagatrice di una volta. Altimenti esce un disco, ci metto contenuti ma chi li giudica? Se non ho la fortuna di azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte, la gente non ha voglia, non si concede nemmeno il secondo ascolto, c’è talmente tanta roba, c’è Spotify. I ragazzi per scegliere cosa comprare guardano la top 20 di iTunes.
Ma allora visto anche che per il primo singolo ti sei basato sugli Oasis, oggi una canzone non fa il suo mestiere? Non riesce più a farlo?
Questa è bella. Non riesce a fare la differenza da sola, dici?
Sì, ad “arrivare”, misteriosamente, imperscrutabilmente.
Siamo ancora dalle parti di Simona Ventura però, ovvero al fatto che il pubblico non può avere del tutto torto. Ma poi questo pubblico li compra i dischi? La ascolta la musica? La realtà ci dice di no. Allora, c’è un inganno dietro.
Però Spit…
Lì è evidente che il genere coincide con i suoi telespettatori, non c’è gente che è lì per vedere cosa farà Morgan, o per i balletti. È anche più facile, chiaramente. Però limiti drasticamente il numero di quelli che sono lì per caso. Il pubblico di Spit non è lì per uno spettacolo.
Ma c’è anche lì la competizione. Che è congeniale al machismo dell’hip-hop, il fare a chi ha il microfono più lungo.
Non so, io col machismo penso di essere in buoni rapporti, ma senza esagerare… Non vado in palestra, non sono ipertatuato.
Ma è ancora così competitivo l’hip-hop?
Perché, il rock no? Il miglior chitarrista, la migliore voce: sono cose che si sono sempre guardate. Comunque siamo in un periodo competitivo in generale. L’hip-hop riflette la competizione spietata nel sistema.
E voi siete i Supereroi. I ragazzi si chiedono quale di voi sappia volare, quale di voi si faccia più fighe, quale di voi fa le rime migliori, quale di voi sia più minchiappericoloso.
Mmh, questo può essere vero, sì.
Ma allora questo aspetto supereroico, che nasce dalla competizione, accentua il legame tra hip hop e ragazzini e allontana i giovani con qualche anno in più, che stanno facendo i conti con la realtà. E non a caso ascoltano roba deprimente.
Se io e altri, tipo Fibra, lo abbiamo fatto, è stato per stilema. Salmo di certo no. Comunque il target di riferimento della musica si è abbassato in generale, da Justin Bieber a Miley Cyrus, perché è uno degli ultimi mercati rimasti. È la strategia di McDonald’s, punta sui bambini perché costringeranno gli adulti a pagare.
Credo che ai ragazzi piaccia l’hip-hop perché questa generazione è molto disillusa. Magari per loro sarà un bene, non aspetteranno un redentore.
Il problema è che ci sono dei danni ormai strutturali. Vedo che i ragazzi, compresa la mia ragazza che è molto giovane, hanno tantissima roba e non approfondiscono niente, hanno una superficialità e una mancanza di cultura che persino io che ho fatto l’Itis, bocciato due volte, io che ho i genitori che parlano un pessimo italiano, che i miei amici spacciavano e finivano in galera, eppure leggo libri… Quando ero ragazzino e vedevo dei film li volevo proprio vedere, nel mio giro anche se eri uno spacciatore della Barona non potevi non vedere Trainspotting o ascoltare i Doors, perché altrimenti eri un povero coglione. Mentre loro, l’unica cosa in cui sono molto preparati sono la moda e la tecnologia. Libri non ne leggono, i film non li guardano…
I Soliti Idioti sì.
Ma non nasce da un film. Sono preparati solo sui brand, sugli smartphone, sulla coolness.
Ogni generazione si è sentita dire dalla precedente “Siete dei debosciati”.
Ma oggi c’è uno scalino. Che forse è internet. Che è una cosa davvero grossa che ha profondamente cambiato la vita. Se tu passi il tempo sui social commentando le cose degli altri invece che farle, tu oggi commenti gli status di un tipo che dice che brutta giornata, oggi c’è traffico…
O commenti X Factor. Commenti le partite. Commenti Spit
Però questa roba qua è una parodia della democrazia.
Ma il commento tutti insieme di qualcosa è a suo modo una socialità. Un tipo di socialità, tutti su un divano virtuale. Ma come si sente dire sempre, i ristoranti sono pieni, i bar pure… La gente esce.
Certo, qualcuno lo fa ancora. Così chi commenta? Forse i più coglioni, haha! Ci sono gli opinionisti di twitter che ne fanno un lavoro, tipo Guia Soncini, Selvaggia Lucarelli.
Però dai, è divertente. Per la prima volta a guardare il concerto del Primo Maggio ci divertiamo.
Sì ma i commenti sono distorti dalla voglia di essere visti. Il problema non è il divertimento. Il problema è che così tutte le opinioni si mescolano, e finiscono per non valere veramente niente, per ogni cosa c’è l’ondata pro e l’ondata contro.
Vero.
E la verità è che l’opinione più divertente vince ma non dovrebbe essere così. Perché il fatto che tu abbia trovato la battuta non implica che tu ne sappia più di me. La gente critica Katy Perry ma senza sapere veramente perché. La figura del critico a me manca. Esce il mio disco e l’unico terreno di dibattito è YouTube? Lì è buttare canzoni nel baratro. Cosa faccio a fare un pezzo come Parole chiave, i termini fondamentali del nostro secolo, cosa la faccio a fare se la gente non ha gli strumenti per capire e non si accorge. Cosa guardo a fare Mulholland Drive di David Lynch se poi non ho letto la spiegazione del suo significato? 
Uh, la famosa spiegazione di Mulholland Drive! Qui mi inviti a nozze.. Guarda, lasciami dire – io sono uno dei pochi critici che si fanno menate sul fare il critico. Ma ogni giorno, davvero. E i famosi strumenti del critico. Prendiamo ad esempio Mulholland Drive. Quando l’ho visto ho pensato: “Non sto capendo una madonna, ma mi piace”, perché lo stavo guardando come ascolto un disco, per il susseguirsi di queste ondate di incubo, poi di umorismo, poi di erotismo, poi di musical… Poi però ho trovato anch’io su internet LA spiegazione, quella che penso abbia trovato anche tu, e lì ho detto Wow, sì, ha senso. Ma ha senso un’opera per la quale dopo hai bisogno di una spiegazione – e tra l’altro così articolata che ti cambia completamente la sensazione di ciò che hai visto? Ha senso giocare a nascondere il senso?
Però ti è piaciuto già la prima volta.
Sì, ma il film che ho visto e quello che mi è stato spiegato sono quasi due cose diverse. Così ho la sensazione che il regista abbia voluto fare un film che fosse il Bartezzaghi della Settimana Enigmistica. Se a capire l’opera d’arte può essere solo quello con le chiavi, allora capisco chi ama gli Iron Maiden e capisco chi preferisce una musica che arriva subito.
Però le nicchie sono un fenomeno naturale, Lynch non è Spielberg. Al giorno d’oggi come fai ad aver voglia di far qualcosa di veramente rilevante? Il mondo dei social network ti incita alla bassezza. Perché passa la voglia.
Addirittura.
Perché dovrei fare qualcosa di ambizioso per una massa di tamarri che, se faccio Parole chiave, risulta il mio video con meno visualizzazioni? Oggi Mozart scriverebbe quello che ha scritto, se invece di un riferimento fatto di eletti si fosse trovato a sottoporre il suo lavoro alla gente?
E quindi cosa può fare un povero King del rap?
Azzeccare il pezzo pop che va in radio e diverte. Altrimenti la gente non ti concede il secondo ascolto. C’è talmente tanta roba. E tanta fretta di commentare qualcos’altro. Se alla gente poi piacciono davvero veline e truzzi io mi inchino.

TheClassifica 65. J-Ax è sempre di moda, perché non è di moda mai

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J-Ax, Verdena, persino Mecna. La preoccupante assenza dei Pink Floyd.

(The Rolling Stone files) Nile Rodgers – intervista

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Nile Rodgers. La sua carriera non scherza. Ma sapeste la sua vita.

TheClassifica 64. Marracash, Carmen Consoli – una faccia, una razza

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Parlare di Marracash e Carmen Consoli insieme? Va bene. Come volete. Però siete voi che avete insistito, eh? Se non ne viene fuori niente, poi non lamentatevi.

Status di Marracash (n.2) e L’abitudine di tornare di Carmen Consoli (n.3) sono stati pubblicati nella stessa settimana dalla stessa casa discografica. Il fatto che io li trovi due buoni dischi, che potrei mescolare nello stesso lettore mp3, oltre a sancire che io sono una creatura strampalata (ma questo, lo trovate scritto già sullo zerbino lì fuori) ci dice che le strategie discografiche non prevedono sovrapposizioni. Le fasce di mercato sono ben chiare: Marracash = pubblico in età scolare (dalle elementari all’università) (in fondo si somigliano), Carmen Consoli = pubblico che ha superato il trentesimo giro. Nessuno, si ritiene, aprirà il portafogli per entrambi.

Ambedue non pubblicavano album da un bel po’. Il che è piuttosto importante, è un fattore che di solito induce a non fare troppo i camaleonti, ché già un po’ di gente là fuori rischia di non riconoscerti. Ambedue fanno generi che (lo dimostra il mancato spodestamento di Marco Mengoni, sempre n.1), pur reggendo bene, attualmente subiscono la dittatura leziosa del poppettone italiano. E subiscono forse proprio la difficoltà di un’inversione: un rapper che si rivolga ai 35enni, o una cantautrice che dia forma al pensiero dei 20enni. La cosa strana è che le forme spurie, in realtà, vengono premiate dal pubblico. Jovanotti è quella roba lì. Fedez è quella roba lì. Il pop con le scarpe rap. Forse invece Levante è quell’altra roba, non so, vedremo.

Se c’è un limite che accomuna ambedue i dischi, è quindi che tutti e due continuano a muoversi nel loro territorio, cosa che alla fine sembra quasi un’accondiscendenza anche involontaria nei confronti delle strategie di mercato. Ho la strana sensazione che Marracash, forse anche per necessità di consolidamento in una scena che cambia molto velocemente – e che è di fatto in balia dei capricci di un pubblico sempre più ragazzino (che ci mette un attimo a punire chi dà segni di crescita) abbia rielaborato a lungo i pezzi di Status perché non gli scappassero troppo di mano, e non si allontanassero troppo dai riferimenti dei referenti. Poi, è chiaro, nell’assalto di messaggi, moltissimi dei quali sopra la media del genere, molte cose sono proprio sue, così come lo sono i vezzi di Carmen Consoli ne L’abitudine di tornare: il sillabare marcato, la tossicodipendenza da aggettivi (…qualunque oggetto si trovi a passare dalle sue parti è sempre a rischio di diventare ostinato, silente, mantecato, corinzio), le zaffate di modugneria – non sempre respirabilissime. Più che altro perché, da attestato di appartenenza melodica mediterranea, è diventata manierismo: Negramaro e Modà, ma anche un tot di cantautori brizzolati modugneggiano sin verguenza. Ma ammetto che al disco della Carmen mi ero avvicinato con lo stesso entusiasmo di chi per regalo di Natale riceve le robe eque e solidali. Invece, dai.

Perché detto delle rispettive prudenze, in tutti e due i dischi io – deogratias – sento della musica. E guardate che non succede più così spesso, eh? Di norma, ovunque ti giri, si sentono i suoni. Le citazioni. La produzione, i giochini, i metamessaggi, le collaborazioni

(non che nel disco di Marra manchino, eh) (e sono tutti maschioni vestiti di nero) (…poi vengono a dirmi che il rap è omofobo) (fatevi delle domande, raga) (mentre nel disco di Fedez sono tutte femmine) (ché Fedez, per quanto sia il più giovane, è l’astutoulisse della congrega).

Consoli e Cash, con questi due cognomi che per le rispettive fasce sono tutto un programma 
(va beh, il cognome di lui non è Cash) (anche se a furia di chiamarlo Marra) (è Rizzo, che è un po’ meno significativo) (non vi autorizzo a fare gli spiritosini – una mia ex di tanti anni fa faceva Rizzo di cognome) (…ripensandoci, forse potrei autorizzarvi)
hanno fatto due dischi ineccepibili per chi già li stima. Ma non è previsto che arrivino a chi non li mastica di già. Poi per forza non c’è la comprensione tra i popoli e si arriva alle intolleranze e a Charlie Hebdo.

(“…ma cosa stai dicendo, ma sei scemo?”) (“L’ho scritto per svegliarti”) (“Ah. Beh, hai fatto bene, mi avevi fatto addormentare. Quand’è che parli male di qualcuno? Che io vengo qui per questo”) (“Davvero? Ma cosa stai dicendo, tu sei me – non hai facoltà di scegliere se venire qui dentro o no” “Vero. Però dai una botta lo stesso, dai. A nessuno interessa quando parli di musica” “Squisito come sempre. Ricordami bene cosa rappresenti, che non mi ricordo più” “Sono l’espediente ironico del critico che si autocritica. Sai quando scrivi del cinismo sogghignante, del distacco 2.0 come cifra della contemporaneità?” “Davvero scrivo queste cose?” “Ehi, questa dovevi farla dire a me, sono io quello salace” “Ah sì?” “…Ohoho. Bravo, eh. Bravo” “Fammi theclassificare, dai” “Sì, meglio”)

Miglior vita. Ci sono ventotto dischi di artisti deceduti in classifica, VENTOTTO – siamo o non siamo gli stragisti più intonati del mondo? Ventiquattro sono di Pino Daniele – VENTIQUATTRO, nuovo record. Voglio dire, quasi uno su quattro (…lo so che ci arrivavate) (VOI sì, ma IO in matematica avevo un 4 autorevole e rispettato). 

Pinone. Daniele peraltro caccia fuori dal cimitero autorevoli habitué della top 100: vengono a mancare (ops) Fabrizio De André e Nirvana, spinti fuori dalla vitalità Pinesca. A guidare il corteo è, un po’ a sorpresa, Bella ‘mbriana, salito al n.14, mentre Nero a metà scende dal n.11 al 24. Avevo già pignoleggiato sul fatto che con Pinone mangiano praticamente tutte le etichette italiane. Ma una cosa che può essere interessante notare è che ora come ora i suoi sono gli unici dischi della Warner in top 20.
(e pensate che è l’unica casa discografica con cui sono in buoni rapporti)

Topten. Ci sono un bel po’ di nuove entrate, all’ombra di Consoli e Cash, e sono Ghost (n.7), Giovanni Allevi (n.8), Claudio Baglioni (n.12), Marilyn Manson (n.26), Bjork (n.32), Mark Ronson (n. 73), Belle and Sebastian (n. 86), The Decemberists (n. 90). Mi pare di sentire qualcuno di voi: “Oooh, ma così basso?”
Escono dalla prima diecina Fedez, AC/DC, Francesco De Gregori. Leggevo l’altro giorno sul magazine del Corriere della Sera un’intervista a DeGregori intitolata (testuale) “Noi italiani siamo dolci e deboli. E’ questo, insieme alla lentezza, che la Merkel vorrebbe farci espiare. Ma nella vita la bellezza può più del dolore”.
Giuro, era il titolo. 
Il sottotitolo, non l’ho letto.
Ed io che mi preoccupo di non saper fare i titoli.

Pinfloi. Pinone non butta fuori dalla classifica solo i defunti, ma anche i Pink Floyd.
(…queste battute gratuite non vi fanno onore) (lo dico per l’ennesima volta, io sono Floydiano, anzi, lo dico così che fa più elegante: io non posso non dirmi Floydiano)
The endless river scende al n.11, The dark side of the moon barcolla giù all’83, e tutti gli altri sono fuori dalla top 100.

Dimenticavo. Hozier è l’unico straniero tra i primi dieci. Decimo, appunto.

E poi basta. Ho finito. Ciao, e grazie.

No, non è vero. Ho messo una foto di Consoli invece che di Cash perché la sua faccia non mi persuade. Era più vecchia quindici anni fa, dai.

E alè, coltiviamo buoni rapporti come fossero grano saraceno. Ho finito davvero. Grazie a tutti.